TEL AVIV - Affluenza da primato per le elezioni generali in Israele, che si stanno svolgendo oggi per il rinnovo dei 120 seggi della Knesset. Le urne, aperte dalle 7 ora locale fino alla chiusura prevista per le 22, vedono chiamati al voto oltre 7,3 milioni di elettori. Alle ore 14 la partecipazione si è attestata al 44,9%, come reso noto dalla Commissione elettorale: i media israeliani confermano che si tratta del dato parziale più alto registrato dal 1973 a oggi, in netto aumento rispetto al 38,9% rilevato alla stessa ora nella precedente tornata elettorale. 

Il voto si celebra in un clima di estrema polarizzazione politica, con il primo ministro Benjamin Netanyahu impegnato in una complessa battaglia per la propria sopravvivenza politica e con la Cisgiordania nuovamente attraversata da una grave escalation. Al centro della consultazione figura la serrata competizione tra il Likud del premier uscente e la forza politica Yashar, guidata dall’ex capo di Stato Maggiore Gadi Eisenkot, mentre le varie componenti dell’opposizione cercano di strutturare un’alternativa alla coalizione di destra e ultradestra al potere. 

A recarsi alle urne nel quartiere Rehavia di Gerusalemme è stato anche il presidente israeliano Isaac Herzog, accompagnato dalla consorte Michal. “Spero che questa sia una vera festa della democrazia. Non si può permettere a nessuno di rovinarla o minarla”, ha affermato il Capo dello Stato davanti ai giornalisti, aggiungendo: “È un grande privilegio andare a votare e sono orgoglioso che Michal e io abbiamo esercitato il diritto fondamentale di ogni cittadino. Oggi siamo tutti uguali. È il nostro giorno per far sentire la nostra voce, incidere e votare”. 

Dal canto suo, Benjamin Netanyahu ha votato insieme alla moglie Sara in un seggio a Gerusalemme, rivolgendo un appello diretto all’elettorato: “Andate a votare!“. 

Il primo ministro ha tuttavia accusato i partiti arabo-israeliani di tentare di “rubare le elezioni”, sostenendo che vicino ai seggi del sud del Paese “tre alti esponenti” di una lista a maggioranza araba sarebbero stati fermati con buste piene di contanti. Le autorità elettorali hanno ridimensionato l’episodio, precisando che gli individui coinvolti, fermati nei pressi delle loro abitazioni, “non avevano ancora raggiunto i seggi” e che le verifiche sono in corso. 

Successivamente, in un video girato nell’insediamento di Peduel, in Cisgiordania, Netanyahu ha rilanciato la linea cardine della sua campagna: “Il vero tema di queste elezioni è o la Destra o la Palestina”. Vantandosi di aver “combattuto contro tre presidenti statunitensi” per impedire la nascita di uno Stato palestinese, il premier ha sferrato un attacco ai suoi rivali, affermando che Eisenkot avrebbe bisogno dell’appoggio di “Mansour Abbas e dei partiti arabi della sua coalizione, di Yair Golan, il quale sostiene la necessità di creare uno stato palestinese, e di Lieberman, che ha dichiarato che all’esercito giordano deve essere consentito l’ingresso nel paese”. 

Sul fronte opposto, Gadi Eisenkot ha votato a Herzliya, a nord di Tel Aviv, accolto da sostenitori che intonavano il coro “Chi sta arrivando? Il prossimo primo ministro!“. Il leader di Yashar ha dichiarato: “Stiamo portando Israele su una nuova strada. Saremo all’altezza della vostra fiducia. Ve lo prometto”. 

Momenti di tensione si sono registrati a Tel Aviv, dove la polizia ha arrestato un uomo armato di coltello che si dirigeva in modo minaccioso verso Yair Golan, leader de I Democratici, mentre era impegnato nelle attività di mobilitazione degli elettori. 

Golan, alla guida della principale formazione della sinistra inserita nella coalizione anti-Netanyahu, ha diffuso una nota affermando: “Le intimidazioni e la violenza non ci fermeranno”. Il leader politico ha imputato l’accaduto al clima instaurato dalla “macchina del veleno” del primo ministro, accusato di aver sferrato continui attacchi contro le forze di sinistra durante l’intera campagna elettorale. 

Ad appesantire il contesto dell’election day è stata la grave crisi scoppiata a Hebron, dove le forze armate israeliane hanno dato il via a un’operazione su vasta scala a seguito dell’attacco a un checkpoint in cui hanno perso la vita due soldati. La risposta delle autorità di Tel Aviv è stata immediata: chiusura di Hebron e della vicina Halhul, sigillo all’intera Cisgiordania, perquisizioni, fermi e demolizioni delle abitazioni riconducibili agli autori dell’attacco.  

Mentre l’esercito dichiara di voler smantellare le reti terroristiche e sequestrare armi, le autorità palestinesi denunciano una vera e propria punizione collettiva ai danni dei civili, in un quadro già esasperato dall’estensione degli insediamenti e dall’aumento delle violenze dei coloni contro i palestinesi, in particolare durante la stagione della raccolta delle olive. 

Contemporaneamente, nella notte tra lunedì e martedì, le Forze di Difesa Israeliane (Idf), la polizia di frontiera e lo Shin Bet hanno avviato un’ulteriore operazione nella zona di Nablus “per contrastare il terrorismo, nell’ambito di un’operazione su larga scala che si svolgerà nella regione nei prossimi giorni”. L’intervento comprende l’arresto di ricercati per terrorismo e traffico d’armi, la perquisizione di edifici sospettati di ospitare armamenti e la demolizione di strutture celebrative. Fonti locali palestinesi hanno confermato che i militari israeliani hanno iniziato ad abbattere il monumento ai “martiri” nel villaggio di Rujeib, a est di Nablus, eretto per commemorare individui legati ad azioni terroristiche.