BRIGHTON - Tra le opere che raccontano le nuove direzioni della fotografia italiana contemporanea, c’è una storia familiare che prende forma attraverso immagini d’archivio, fotografie in bianco e nero e oggetti legati a un passato rimasto a lungo senza risposte. È Non sei più tornato, il progetto di Serena Radicioli, 29 anni, artista originaria di Latina e finalista dell’edizione 2025 del Premio Luigi Ghirri, selezionato insieme ad altri lavori di giovani fotografi italiani per Bridges, la mostra ospitata dalla Wilmot Gallery dell’Università di Brighton nell’ambito del Photoworks Festival 2026.

L’esposizione, realizzata attraverso la collaborazione tra Giovane Fotografia Italiana, Photoworks e l’Istituto Italiano di Cultura di Londra, riunisce quattro progetti firmati da cinque artisti e resterà aperta fino al 1 novembre. Per Radicioli, però, arrivare nel Regno Unito significa soprattutto portare in un contesto internazionale una ricerca nata da una necessità personale, che nel tempo ha trovato nella fotografia uno strumento per affrontare interrogativi rimasti aperti e ricostruire una parte della propria storia.

“Il lavoro è iniziato nel 2023, in fase accademica, da un’esigenza di raccontare la mia storia personale ma, più che di raccontarla, di trasformarla in immagini”, spiega l’artista, che ha sviluppato il progetto durante il proprio percorso di studi in fotografia audiovisiva a Roma. Il punto di partenza è una vicenda familiare segnata dall’omicidio del padre, ucciso quindici anni prima dell’inizio della ricerca in circostanze legate a un regolamento di conti tra gruppi criminali. La presentazione stessa del progetto si apre con una notizia di cronaca: “La sera del 29 ottobre due gruppi criminali si diedero appuntamento per un regolamento di conti finito male, probabilmente dovuto a un debito”. Quella sera morirono due persone, una delle quali era suo padre.

“Non ho mai saputo realmente quale fosse il suo vero lavoro”, racconta Radicioli, ricordando un’infanzia in cui alcune esperienze che oggi apparirebbero insolite erano diventate parte della quotidianità: le assenze prolungate del padre, le visite in carcere, i luoghi frequentati senza avere gli strumenti per comprenderne fino in fondo il significato. “Consideravo normale non vederlo tornare per un determinato lasso di tempo, come consideravo normale saltare la scuola per andare a visitare un carcere e ritrovarlo lì”.

La sera dell’agguato lo aspettava a casa, ma lui non tornò più. In famiglia, spiega, dell’accaduto si è parlato poco, e quel silenzio ha lasciato spazio a domande che hanno accompagnato la sua crescita. Soltanto a distanza di anni Radicioli ha deciso di tornare su quella storia, non per cercare una risposta definitiva a ogni interrogativo, ma per avvicinarsi alla figura del padre attraverso le tracce rimaste. “Dopo dieci anni dalla sua morte ho iniziato a farmi delle domande su chi fosse lui e da dove venissi”, racconta.

Da lì è cominciato un lavoro di ricerca che ha coinvolto prima gli album di famiglia conservati in casa, poi fotografie, documenti, fascicoli giudiziari e lettere dal carcere. Per consultare gli atti relativi all’omicidio e al procedimento giudiziario, concluso già da anni, l’artista ha ottenuto le autorizzazioni necessarie, trasformando progressivamente la ricerca privata in un’indagine che intreccia memoria individuale e documentazione pubblica. Le fotografie d’archivio non costituiscono, tuttavia, l’unico materiale del progetto: accanto a esse ci sono immagini scattate da Radicioli nel presente, attraverso le quali l’artista è tornata in alcuni luoghi della propria infanzia, ha osservato oggetti legati al padre e ha cercato di confrontarsi con ricordi che, da bambina, non aveva avuto modo di interpretare.

“Riscoprirli è stato un riviverli con una consapevolezza diversa”, spiega, riferendosi a quegli ambienti e a quelle situazioni che allora facevano parte della sua normalità e che oggi assumono un significato differente. La ricerca non si limita a ricostruire i fatti, ma mette in evidenza anche la distanza tra l’esperienza infantile e lo sguardo adulto, tra ciò che si ricorda e ciò che si è imparato a comprendere. All’interno del lavoro trovano spazio anche immagini attraversate da una certa autoironia, come quella in cui Radicioli compare con una pistola giocattolo: un dettaglio che restituisce la percezione infantile di una realtà complessa, senza cancellarne le ambiguità.

“Mio padre è sempre stato una persona molto presente dal punto di vista emotivo, meno dal punto di vista fisico”, osserva, riconoscendo nella fotografia una possibilità per tenere insieme dimensioni diverse della propria memoria, senza ridurre la figura paterna a un’unica definizione.

Immagine di archivio confluita nel progetto Non sei più tornato.

È anche in questa scelta che si misura la delicatezza del progetto: raccontare una storia segnata dalla criminalità senza trasformarla in una semplice ricostruzione giudiziaria, ma neppure separandola dal contesto in cui è maturata. La struttura visiva contribuisce a mantenere questa distinzione: le immagini d’archivio sono presentate a colori, mentre quelle realizzate dall’artista nel presente sono in bianco e nero, scattate su pellicola. Le prime funzionano come tracce documentali di fatti realmente accaduti, che Radicioli ha scelto di lasciare nella loro forma originaria, senza intervenire per modificarle; le seconde appartengono invece alla sua ricerca personale e a un processo di elaborazione che richiede tempo.

“Mi piaceva lasciarle a colore, non manipolarle, non toccarle sostanzialmente: sono fatti realmente esistiti”, spiega parlando delle fotografie d’archivio. Per le immagini del presente, il bianco e nero le permette invece di concentrarsi sul contenuto, mentre il lavoro con la pellicola introduce una dimensione più lenta e riflessiva. La sperimentazione tecnica, che nei suoi progetti può comprendere anche metodi di stampa antichi, è del resto parte di una ricerca che non si riconosce in una firma stilistica rigida. “Più che una cosa stilistica, parlo di una ricerca artistica, di un concept: il tema che forse mi contraddistingue è cercare di interrogarmi sul ruolo della memoria all’interno delle immagini”, afferma.

Questa attenzione guida anche la costruzione del progetto, che attualmente conta 45 fotografie raccolte in un dummy, una bozza di fotolibro autoprodotta e organizzata secondo una precisa linea narrativa. Il percorso espositivo di Brighton amplia ulteriormente questa ricerca: oltre alle fotografie disposte sulla parete, Radicioli ha potuto presentare per la prima volta anche alcuni oggetti materiali in due vetrine, rendendo tangibile una parte del lavoro di raccolta e ricostruzione che sta dietro alle immagini.

Scatto di Serena Radicioli, parte del progetto Non sei più tornato.

L’artista ha partecipato all’inaugurazione del 2 ottobre insieme agli altri fotografi coinvolti ed è stata ospitata dall’Università di Brighton. “È molto entusiasmante, soprattutto perché è un progetto al quale tengo particolarmente”, racconta, sottolineando quanto sia significativo portarlo in un contesto diverso da quello in cui è nato. La vicenda, infatti, affonda le radici in una città e in una realtà locale ben precise, ma attraverso il progetto può essere conosciuta anche al di fuori dei confini di Latina, senza essere ridotta a un episodio di cronaca o a un giudizio sulla figura di suo padre.

Per chi si trova a Brighton, Non sei più tornato è dunque una delle occasioni per entrare in contatto con il lavoro di una nuova generazione di fotografi italiani che utilizza linguaggi e materiali differenti per interrogare il presente a partire da esperienze personali. La mostra Bridges, alla Wilmot Gallery dell’Università di Brighton nell’ambito del Photoworks Festival 2026, è visitabile ancora fino al 1 novembre: gli ultimi giorni per vedere da vicino il progetto di Serena Radicioli e le altre ricerche selezionate da Giovane Fotografia Italiana.