GINEVRA - L’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) ha dichiarato ufficialmente l’Emergenza sanitaria pubblica di interesse internazionale (PHEIC) a causa della nuova e violenta epidemia di Ebola che sta colpendo la Repubblica Democratica del Congo (Rdc) e che ha già sconfinato nella vicina Uganda. Si tratta del secondo livello di allerta più alto per l’agenzia Onu che, pur non parlando ancora di pandemia, ha lanciato l’allarme per la rapidità di diffusione del contagio. 

L’epicentro della crisi si trova nell’Ituri, una provincia nel nord-est della Rdc al confine con Uganda e Sud Sudan. I dati aggiornati fotografano una situazione in forte evoluzione, con 336 casi complessivi (di cui oltre 30 già confermati in laboratorio e quasi 600 sospetti) e un bilancio che ha già raggiunto 139 decessi sospetti, tra cui si registrano purtroppo le prime vittime tra gli operatori sanitari. 

“Prevediamo che i numeri continueranno ad aumentare, considerato il tempo in cui il virus ha circolato prima che l’epidemia venisse rilevata”, ha avvertito il Direttore Generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, a conclusione del Comitato di emergenza. 

L’allarme della comunità scientifica è amplificato dalla natura stessa del virus. Le analisi eseguite nei laboratori di Kinshasa hanno confermato che l’epidemia è causata dal ceppo Bundibugyo. A differenza del ceppo Zaire (responsabile delle passate ondate e per il quale esistono contromisure farmacologiche), per la variante Bundibugyo non esistono attualmente vaccini o terapie approvate. 

Storicamente, la febbre emorragica da virus Ebola presenta tassi di letalità spaventosi, oscillanti tra il 25% e il 90%. Il primo caso di questa nuova ondata è stato tracciato a Bunia (capoluogo dell’Ituri, 300.000 abitanti), dove il 24 aprile un’infermiera si è presentata in ospedale con vomito, febbri alte ed emorragie. Da allora il contagio si è esteso alle vicine e popolose zone sanitarie di Mongbwalu e Rwampara. 

Il Direttore Generale dell’Oms ha dettagliato i cinque elementi critici che rendono questa epidemia “estremamente preoccupante”, una definizione condivisa anche dall’Ong Medici Senza Frontiere, che sta già approntando una risposta medica su larga scala.  

A preoccupare le autorità sanitarie è innanzitutto il boom dei contagi, con un alto numero di casi sospetti e una rapidità dei decessi che indicano un tracciamento ancora parziale. A questo si aggiunge l’urbanizzazione del virus, dato che il contagio non è più isolato in villaggi remoti ma ha già raggiunto diverse aree urbane densamente abitate. La situazione è resa ancora più critica dal contagio negli ospedali, dove i decessi registrati tra medici e infermieri dimostrano una preoccupante trasmissione associata all’assistenza sanitaria interna.  

Sullo sfondo restano l’insicurezza e i conflitti nell’Ituri: la regione è flagellata dagli scontri tra gruppi armati, intensificatisi negli ultimi mesi con oltre centomila sfollati, e questa instabilità rende difficilissimo l’accesso dei team sanitari in molte zone. Infine, pesa la vicinanza alle miniere d’oro, poiché l’Ituri è un hub minerario caratterizzato da intensi e continui spostamenti quotidiani di popolazioni, un fattore che moltiplica esponenzialmente il rischio di una diffusione oltrefrontiera. 

Il rischio di un’epidemia regionale è già realtà. Il Ministero della Salute ugandese ha confermato il decesso per Ebola di un cittadino congolese di 59 anni in un ospedale della capitale Kampala. Sebbene l’Uganda abbia precisato che non si registrano ancora “casi autoctoni”, il governo di Kampala ha adottato una misura precauzionale drastica e lodata dall’Oms: il rinvio delle celebrazioni annuali della Giornata dei Martiri, un evento religioso di massa capace di attirare fino a due milioni di pellegrini. 

In assenza di uno scudo vaccinale, il contenimento si baserà esclusivamente su isolamento, dispositivi di protezione e logistica. L’Oms ha già sbloccato 3,9 milioni di dollari dal Fondo di contingenza per le emergenze e sta organizzando un ponte aereo per trasportare cinque tonnellate di materiale medico e tute protettive da Kinshasa verso l’Ituri.