ADDIS ABEBA - Era il settembre del 1976 quando, in un laboratorio di Anversa, il giovane microbiologo Peter Piot si trovò davanti a un agente patogeno ignoto. Stanato nel sangue di una suora fiamminga missionaria nello Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo), quel microrganismo a forma di filamento avrebbe presto preso il nome di Ebola, dal fiume presso cui stava decimando decine di persone. Oggi, nel 2026, quel virus composto da soli sette geni continua a rappresentare una sfida globale, nonostante i passi avanti compiuti nella medicina.
L’Africa Cdc (Africa Centres for Disease Control and Prevention) ha confermato di monitorare con estrema attenzione un nuovo focolaio nella provincia di Ituri, nella Repubblica Democratica del Congo. Ad oggi si contano circa 246 casi sospetti e 65 decessi, concentrati principalmente nelle zone sanitarie di Mongwalu e Rwampara. La presenza del virus è stata accertata in 13 dei 20 campioni analizzati.
Questo focolaio, il 17esimo registrato nel Paese, ha attivato immediatamente protocolli di sorveglianza transfrontaliera. La regione è soggetta a ondate cicliche: l’ultima risale alla fine del 2025, mentre nel 2023 anche l’Uganda era stata colpita da un ceppo differente (Sudan ebolavirus).
L’Ebola rimane una malattia rara ma estremamente grave, con un tasso medio di letalità che si aggira intorno al 50%, ma che in passato ha toccato punte del 90%. Il virus appartiene alla famiglia dei Filoviridae e si manifesta con sintomi devastanti: febbre alta, disidratazione, vomito, diarrea ed emorragie interne ed esterne.
Ad oggi sono note sei specie di Orthoebolavirus, di cui tre responsabili delle grandi epidemie: lo Zaire ebolavirus (EBOV), il più diffuso e per il quale esistono vaccini e terapie approvate, il Sudan ebolavirus (SUDV), recentemente al centro di alert in Uganda, e il Bundibugyo ebolavirus (BDBV).
Il serbatoio naturale del virus è individuato nei pipistrelli della frutta (Pteropodidae). Il passaggio all’uomo avviene tramite il contatto con il sangue o i fluidi corporei di animali infetti, inclusi primati e altre specie della foresta pluviale.
La trasmissione interumana avviene per contatto diretto con i fluidi di una persona malata o deceduta, oppure attraverso superfici contaminate. È fondamentale ricordare che un individuo non è contagioso fino alla comparsa dei sintomi (periodo di incubazione: 2-21 giorni).
Rispetto ai tempi pionieristici di Piot, la risposta sanitaria oggi può contare su strumenti più efficaci, a partire dai vaccini, con due formulazioni già approvate per il ceppo Zaire e utilizzate strategicamente per contenere i focolai. Per quanto riguarda le terapie, l’Oms raccomanda il trattamento con due specifici anticorpi monoclonali che, se somministrati precocemente insieme alla terapia di supporto come la reidratazione intensiva, migliorano sensibilmente le probabilità di sopravvivenza.
Infine, il controllo dell’epidemia dipende oggi da una combinazione di protocolli di comunità, che includono la sorveglianza, il tracciamento dei contatti e pratiche cruciali come le sepolture sicure e dignitose, fondamentali per interrompere la catena del contagio nelle comunità locali.