ROMA - La crisi nello Stretto di Hormuz non è più solo un focolaio di tensioni geopolitiche, ma si è trasformata in un nodo strutturale che minaccia di ridefinire per sempre le rotte energetiche globali. Secondo Petras Katinas, ricercatore del Royal United Services Institute (RUSI) di Bruxelles, il danno subito da questo passaggio marittimo vitale potrebbe spingere il mercato verso alternative permanenti, premiando nuovi territori ed esportatori a scapito della centralità del Golfo Persico. 

Nonostante il conflitto abbia contratto i flussi, esistono ancora meccanismi di compensazione che impediscono il collasso immediato dei mercati. Katinas osserva che i volumi attraverso lo stretto sono scesi a circa 20 milioni di barili al giorno, ma l’Arabia Saudita sta garantendo un “cuscinetto” esportando circa 5 milioni di barili tramite il Mar Rosso. 

Tuttavia, questa stabilità è ingannevole: “Stati Uniti e Cina hanno acquistato tempo per il mercato, ma non è una situazione sostenibile”, avverte l’esperto. Se il blocco dovesse protrarsi, si passerebbe dalla gestione della volatilità dei prezzi a una vera e propria carenza fisica sia di petrolio che di GNL (Gas Naturale Liquefatto), poiché le scorte globali continuano a diminuire senza possibilità di un rapido ripristino. 

Mentre l’Iran tenta di sopravvivere all’embargo statunitense (che ha già tagliato il 40% delle sue entrate valutarie) cercando rotte frammentarie verso il Pakistan e l’Asia Centrale, il vero beneficiario economico della crisi appare essere la Russia. Katinas definisce l’instabilità nel Golfo come un “regalo di Natale anticipato” per Vladimir Putin: i prezzi elevati di petrolio e gas finanziano direttamente le casse di Mosca. 

Il rischio, avverte il ricercatore, è che la Russia possa utilizzare questa leva per un nuovo ricatto energetico sull’Europa, simile a quello del 2022. La scarsità di approvvigionamenti potrebbe infatti essere orchestrata combinando il blocco nel Golfo con azioni mirate sulle rotte controllate dal Cremlino. 

In questo scenario di incertezza, gli Emirati Arabi Uniti hanno accelerato una strategia di indipendenza logistica senza precedenti. Il progetto cardine è l’ampliamento dell’oleodotto Ovest-Est (Habshan-Fujairah), che punta a raddoppiare la propria capacità entro il 2027. 

L’infrastruttura, gestita dalla compagnia statale Adnoc, si estende per 360 km e permette di trasportare il greggio dai giacimenti di Abu Dhabi direttamente al porto di Fujairah, affacciato sul Golfo dell’Oman. Questo bypass consente di aggirare lo Stretto di Hormuz, garantendo esportazioni ininterrotte anche in caso di chiusura totale del passaggio marittimo.  

L’infrastruttura permette inoltre di supportare l’uscita dall’OPEC, fornendo al Paese la flessibilità necessaria per aumentare la produzione a 5 milioni di barili al giorno entro il 2027, e di consolidare Fujairah come snodo petrolifero internazionale, riducendo drasticamente la dipendenza dal transito in zone di guerra. 

Dall’altro lato del continente, l’Unione Europea sta rispondendo attraverso la strategia AccelerateEU, che Katinas invita a considerare non più come un pacchetto di emergenza, ma come un pilastro della sicurezza economica. La crisi di Hormuz sta accelerando la transizione verso rinnovabili e nucleare per eliminare la vulnerabilità strategica derivante da fornitori geopoliticamente rischiosi. 

Il futuro resta comunque complesso. Anche in caso di un cessate il fuoco immediato, il ripristino dell’industria energetica non sarà istantaneo. Se la rimozione delle mine dai canali principali richiedesse poche settimane, la riparazione delle infrastrutture danneggiate e il riavvio in sicurezza degli impianti di GNL potrebbero richiedere mesi o anni, specialmente in Iran, dove le attrezzature sono ormai obsolete.  

Come conclude Katinas, il conflitto rischia di lasciare cicatrici permanenti sul volume degli investimenti nella regione, spostando definitivamente l’asse dell’energia mondiale verso nuove direttrici.