L’AVANA - In un clima di tensione diplomatica ai massimi storici, il direttore della CIA John Ratcliffe ha guidato una delegazione statunitense all’Avana per incontrare alti funzionari del governo cubano. La visita, documentata da immagini diffuse dalla stessa agenzia che ritraggono Ratcliffe insieme a Ramon Romero Curbelo (capo dell’intelligence del Ministero dell’Interno), giunge mentre l’isola affronta la più grave crisi energetica della sua storia recente, con blackout che superano le 22 ore giornaliere.
L’incontro, finalizzato ufficialmente a “contribuire al dialogo politico” e a rafforzare la cooperazione tra le agenzie di sicurezza, si inserisce in un contesto di negoziati segreti che durano da settimane. Cuba punta a ottenere la fine del “blocco energetico”, mentre Washington preme per riforme strutturali del sistema politico e la fine del controllo statale sull’economia.
La situazione interna descritta dalle autorità cubane è drammatica. Il Ministro dell’Energia e delle Miniere, Vicente de la O Levy, ha ammesso che le riserve di petrolio sono tecnicamente esaurite: “Non abbiamo assolutamente nulla di olio combustibile, né di diesel”. Sebbene Cuba produca circa 40.000 barili di greggio al giorno per consumo interno, ne necessita almeno 100.000 per garantire la stabilità della rete.
Il collasso è stato accelerato da diversi fattori concorrenti, a partire dal fattore Venezuela, con le forniture da Caracas, storico benefattore dell’isola, che si sono interrotte bruscamente a gennaio dopo il cambio di regime nel Paese sudamericano e il passaggio dell’industria petrolifera sotto il controllo statunitense.
A questo si è aggiunto il fallimento della tregua russa: ad aprile, un carico di 100.000 tonnellate di petrolio inviato dalla Russia (autorizzato eccezionalmente dall’amministrazione Trum) aveva concesso un breve respiro, ma queste scorte sono ormai terminate.
Infine, pesano le infrastrutture al limite, con la principale centrale termoelettrica del Paese, l’Antonio Guiteras, ferma per guasti tecnici e una rete nazionale talmente indebolita da non poter sopportare nemmeno l’immissione di energia dai parchi fotovoltaici.
Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha puntato il dito contro Washington, definendo la situazione il risultato di un “blocco energetico genocida”. Secondo il leader cubano, l’isola necessita di almeno otto carichi mensili di combustibile per funzionare, mentre da dicembre è stata ricevuta una sola consegna regolare.
Diametralmente opposta la visione statunitense. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha respinto le accuse, attribuendo la crisi all’incapacità del governo cubano di gestire l’economia: “La ragione per cui non hanno petrolio è che non hanno soldi per pagarlo. Di solito, quando qualcuno ti dà petrolio, si aspetta di essere pagato”.
Nonostante la rigidità delle sanzioni (Trump ha definito Cuba una “minaccia straordinaria” a gennaio), Washington ha offerto un pacchetto di aiuti umanitari da 100 milioni di dollari in cibo e medicinali. L’offerta è però vincolata a condizioni rigide: la distribuzione deve avvenire tramite la Chiesa cattolica e deve essere accompagnata da “riforme significative”. Díaz-Canel ha replicato che la soluzione più semplice non sarebbe l’assistenza condizionata, ma la revoca delle sanzioni petrolifere.
Mentre l’intelligence dei due Paesi discute di sicurezza (con Cuba che tenta di rassicurare la CIA di non ospitare basi militari cinesi) la popolazione è costretta a misure di sopravvivenza estrema. Jorge Piñón, esperto di energia dell’Università del Texas, conferma che la “catena di approvvigionamento è vuota”: anche i camion per la distribuzione del diesel sono fermi per mancanza di carburante.
Nelle province, la mancanza di energia elettrica ha costretto i cittadini a tornare all’uso di carbone e legna per cucinare. Molti cubani dormono sui tetti per sfuggire al caldo soffocante, svegliandosi a orari improvvisi durante le brevi “raffiche” di corrente (spesso di soli 90 minuti) per caricare telefoni e preparare i pasti per il giorno successivo. Nelle ultime ore, la capitale e altre sette province hanno registrato proteste spontanee al grido di cacerolazos (percussione di pentole), sintomo di un malcontento sociale che le autorità faticano a contenere.