BUENOS AIRES – Sebastián Pajoni si allontana per una volta dalle sue origini italiane (da parte di madre), dal tango e dal musical. E persino dalla regia.
E si riscopre – se mai avesse bisogno di una conferma – attore versatile e maturo. In grado di confrontarsi – in un one man show – con il fantasma di William Shakespeare. In senso letterale, dato che l’opera che lo vede protagonista è una rilettura di Amleto, che di fantasmi è pieno.
Piccolo William, scritto da Adriana Tursi per la regia di Tatiana Santana, è una rilettura con occhi contemporanei della tragedia shakespeariana. In scena, un attore che interpreta 12 personaggi, in un dialogo senza tempo tra le parole di Shakespeare e la nostra attualità, tra infanzia ed età adulta, tra peste e follia, tra vita e morte.
La storia ha inizio dopo un’epidemia di peste. Un attore girovago, Yorlick, fa tappa a Stratford–upon–Avon e raduna una piccola folla di contadini, paesani e qualche esponente di quella borghesia mercantile che, alla fine del 16° secolo, iniziava a competere con l’aristocrazia.
Nel pubblico c’è anche un bambino, William, figlio del sindaco, che chiede al saltimbanco di improvvisare una storia di fantasmi. Ed è dal dialogo tra i due – l’uomo e il bambino – che si dipana la storia di un re assassinato dal fratello, di una vedova ancora giovane che non vuole restare sola tra le lenzuola, di un figlio che si fa passare per pazzo pur di vendicare il padre.
Un Amleto in bozza, che ci conferma quello che già sapevamo: le nostre migliori storie iniziano nell’infanzia e ci accompagnano tutta la vita.

Sebastián Pajoni. (Foto: Juan Pablo Caldarone)
Per Pajoni, questa avventura nasce da un messaggio di auguri di compleanno. “Il 21 agosto scorso mi scrive Patricio Orozco, direttore del Festival Shakespeare di Buenos Aires, e mi propone di preparare un monologo in tema shakespeariano, da inserire nella programmazione del festival”.
Detto, fatto. Sebastián convoca due amiche e compagne di lavoro, la drammaturga Adriana Tursi e la regista Tatiana Santana, con le quali inizia subito a lavorare a un testo: Piccolo William, appunto.
“Ho interpretato Amleto in diverse produzioni, per anni, e anche molti altri testi di Shakepeare. Non so se mi perseguiti come un fantasma o se rappresenti la mia identità come attore – ammette Sebastián –. Con Adriana e Taiana abbiamo messo a fuoco ciò che quest’opera rappresentava per me, questo elemento identitario, quasi genetico, di ciò che ci portiamo dentro, della metafora del fantasma, del fatto che Amleto in qualche modo è anche suo padre, impegnato a cercare giustizia”
Adriana Tursi si mette al lavoro. “Verso l’inizio di dicembre tira fuori questo testo meraviglioso, che è stato limato, pulito. Ed è cresciuto con l’apporto di tutti”.

La locandina dello spettacolo.
Qual è la novità della proposta? “Il fatto di mantenere vivo l’interesse di un pubblico che conosce già il finale – risponde sicuro –. Lo spettacolo si scrive mentre accade. Ma attenzione, non ci sono tutte le linee narrative dell’Amleto tradizionale. Non rivelerò finale”.
Il successo del debutto al Teatro del Pueblo a Buenos Aires (poi si replica tutti i sabati di maggio alle 19) è legato al fatto che Shakespeare non ha data di scadenza. “Il mondo cambia e cambia anche il significato dei suoi personaggi e delle sue opere – osserva –. Ma allo stesso c’è qualcosa di così profondamente umano in lui, che le sue opere non perderanno mai significato”.
A Pajoni il classico piace, sì, ma reinventato. “Molte volte, quando la messa in scena viene fatta in modo filologico, il testo diventa solenne, pomposo – spiega –. Secondo me questo non è lo spirito di Shakespeare: il suo è sempre stato un teatro molto popolare. È classico nel senso che è durato nel tempo, ed è durato nel tempo perché è totalmente vicino al popolo, al popolo umano, all’esistenza”.
Alla fine, Piccolo Shakespeare diventa un’opera sull’infanzia, o meglio sullo sguardo dell’infanzia. “L’attore-narratore che io interpreto fa riferimento a una pestilenza, una pandemia – chiarisce –. Forse è appena uscito dalla quarantena, forse è ancora rinchiuso, in una stanza o dentro se stesso. Gioca a fare il giullare, appare, svanisce… E quando svanisce, chi lo riporta alla realtà, lo salva, è un bambino”.
Dove si trovi questo bambino non si sa. Nella piazza del paese? Nella sua testa? “Non lo sappiamo – conclude –. Ma è lui ad alimentare la sua creatività, lo invita al gioco e lo fa uscire dalla sua apatia, dal suo isolamento. E mi emoziona molto che questo arrivi al pubblico”.
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