WASHINGTON - Donald Trump si è ritrovato a un solo voto da una sconfitta politica pesante sulla guerra in Iran.
Alla Camera, una risoluzione che avrebbe imposto al presidente di ritirare immediatamente le forze armate americane dalle ostilità contro la Repubblica islamica si è chiusa in parità. Il pareggio ha impedito l’approvazione del testo, ma il segnale per la Casa Bianca resta estremamente serio.
Tre deputati Repubblicani hanno votato con 209 Democratici a favore della risoluzione. Dall’altra parte, un Democratico e un indipendente si sono uniti ai 210 repubblicani contrari. Il testo chiedeva al presidente di “rimuovere le forze armate degli Stati Uniti dalle ostilità contro la Repubblica islamica dell’Iran”.
Il fatto che tre Repubblicani abbiano attraversato il fronte politico pesa ancora di più perché tutti affrontano sfide elettorali difficili nelle elezioni di novembre. Non è un gesto simbolico isolato: riflette il disagio crescente dentro un Congresso controllato con margini stretti.
Anche al Senato Trump ha visto incrinarsi il sostegno del suo partito. Lisa Murkowski ha votato per la prima volta contro la guerra, insieme ad altri due Repubblicani contrari. In quel caso, la proposta per fermare il conflitto è fallita per due voti. Se le risoluzioni fossero passate in entrambe le camere, Trump sarebbe stato costretto a interrompere il blocco americano dello Stretto di Hormuz e cessare le ostilità contro l’Iran.
La frattura è di ampia risonanza perché, nelle guerre precedenti, il Congresso americano tendeva spesso a compattarsi attorno al presidente. Dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor, nel 1941, la dichiarazione di guerra passò alla Camera con 388 voti contro uno e al Senato con 82 a zero. Questa volta, invece, Trump non sembra essere riuscito a convincere una parte rilevante dell’opinione pubblica e del Parlamento sul valore del conflitto.
I Democratici attaccano duramente. Il senatore Tim Kaine denuncia che, 76 giorni dopo l’avvio della guerra, l’amministrazione non ha ancora fornito al Congresso o al pubblico una giustificazione legale ufficiale, mentre chiede 1.500 miliardi di dollari americani per il Pentagono. La deputata Pramila Jayapal definisce il conflitto “insensato”, citando miliardi di dollari spesi, migliaia di morti e prezzi dell’energia in aumento.
Il nodo costituzionale resta aperto: il presidente è comandante in capo, ma solo il Congresso può dichiarare guerra. Finora il conflitto è costato al Pentagono quasi 30 miliardi di dollari, prelevati dal bilancio ordinario della difesa. Secondo quanto riportato, alcune esercitazioni e altre spese militari rischiano ora di essere cancellate per coprire i costi delle operazioni in Iran.