PECHINO - Donald Trump ha concluso la sua storica visita di Stato di due giorni a Pechino, ripartendo a bordo dell’Air Force One con la convinzione di aver instaurato una nuova fase nei rapporti sino-statunitensi. Tra i fasti della Città Proibita e i giardini riservati di Zhongnanhai, il tycoon e il leader cinese Xi Jinping hanno tentato di abbassare la temperatura di uno scontro globale che spazia dalla guerra commerciale alle tensioni militari in Medio Oriente e nel Pacifico. 

L’incontro è stato dominato da una coreografia di grande calore personale. Trump ha definito Xi un “uomo che stimo molto” e un “grande leader”, sottolineando un’amicizia che dura da quasi dodici anni. “Siamo diventati davvero amici”, ha dichiarato il presidente Usa ai giornalisti, riferendo inoltre che Xi avrebbe descritto gli Stati Uniti come il Paese “più hot del mondo”, pur ammonendo sul rischio di un declino legato alle precedenti amministrazioni. 

Dal canto suo, Xi Jinping ha elogiato l’istituzione di una “relazione di stabilità strategica costruttiva”, una formula che punta a rendere i rapporti tra le due superpotenze più prevedibili. “Dobbiamo essere partner, non rivali”, ha scandito Xi, il quale ha omaggiato l’ospite con un gesto simbolico: la promessa dei semi delle rose dei giardini di Zhongnanhai da piantare nel giardino della Casa Bianca. Trump ha risposto rilanciando la formula del “G-2”, un riconoscimento di fatto della Cina come potenza alla pari, e ha già invitato Xi a Washington per il prossimo 24 settembre. 

Sul fronte economico, Trump ha annunciato la conclusione di accordi commerciali “fantastici ed eccellenti per entrambi i Paesi”, finalizzati a ridurre il deficit statunitense e riequilibrare gli scambi su una base di reciprocità. Il pezzo forte dell’intesa riguarda il settore aerospaziale: Trump ha parlato di un ordine cinese per 200 aerei Boeing, definiti jet “grandi”. 

Tuttavia, il dato ha generato reazioni contrastanti. Sebbene si tratti di una cifra considerevole, essa rimane inferiore alle aspettative degli investitori, che ipotizzavano un ordine di 500 velivoli (tra 737 MAX e Dreamliner), tanto da causare una flessione del titolo Boeing in Borsa. La diplomazia cinese, peraltro, ha mantenuto un atteggiamento cauto, glissando sulle domande specifiche dei giornalisti e preferendo insistere sul “consenso importante” raggiunto piuttosto che confermare cifre precise. 

Il settore aereo resta un campo di battaglia tecnologico: mentre la Cina cerca di ridurre la dipendenza dall’Occidente finanziando l’azienda statale Comac (produttrice del C919), Boeing prevede che la flotta cinese raddoppierà nei prossimi vent’anni. Le consegne statunitensi, rallentate in passato da incidenti tecnici e tensioni sui dazi, sembrano ora beneficiare di una tregua, nonostante la forte concorrenza della europea Airbus, che ha già ordini in sospeso per quasi 500 velivoli e assembla i propri A320 direttamente in Cina. 

Un punto cruciale del vertice ha riguardato la crisi in Medio Oriente. Trump ha assicurato a Fox News di aver ottenuto da Xi la ferma rassicurazione che la Cina non fornirà materiale militare all’Iran. Pechino, che acquista la maggior parte del greggio di Teheran, è direttamente colpita dalla quasi-chiusura dello Stretto di Hormuz a causa dei blocchi incrociati. 

“Se posso essere di qualsiasi aiuto, sarò lieto di aiutare”, avrebbe risposto Xi alla richiesta di Trump di intervenire come leva diplomatica per sbloccare la via marittima. In un comunicato ufficiale, il ministero degli Esteri cinese ha chiesto un cessate il fuoco completo e la riapertura di Hormuz “il prima possibile”, ribadendo che la Cina continuerà a svolgere un ruolo costruttivo negli sforzi di pace, pur mantenendo la tradizionale moderazione diplomatica verso l’alleato iraniano. 

Nonostante il clima conviviale, il dossier Taiwan è rimasto l’ostacolo più impervio. Xi Jinping non ha usato mezzi termini, avvertendo che una gestione sbagliata della questione potrebbe portare a una situazione “estremamente pericolosa” e persino a un conflitto aperto. Il leader cinese ha ribadito la ferma opposizione a qualsiasi lotta per l’indipendenza dell’isola. 

Trump ha scelto la via del silenzio pubblico sul tema, limitandosi a dichiarare a bordo dell’Air Force One di avere “molto rispetto” per la posizione di Xi e che una decisione sulle future vendite di armi a Taiwan verrà presa “in tempi abbastanza brevi”. Nel frattempo, il Segretario di Stato Marco Rubio ha rassicurato gli alleati alla NBC News, affermando che la politica Usa di difesa dello status quo nell’area rimane invariata. 

La visita si è conclusa con l’immagine di una distensione palpabile, ma senza una reale risoluzione delle divergenze strutturali. Restano sullo sfondo i sospetti statunitensi sul furto di proprietà intellettuale e intelligenza artificiale, le restrizioni cinesi sull’accesso alle terre rare e la competizione per la supremazia tecnologica nei semiconduttori. 

Mentre Trump celebra il “miracolo” di aver risolto problemi che altri non avrebbero saputo affrontare, gli analisti leggono il vertice come un tentativo riuscito di abbassare la temperatura dello scontro per favorire gli affari. La Cina ha promesso di aprire “sempre di più” il proprio mercato alle imprese straniere, ma la tregua commerciale siglata a ottobre resta esposta all’imprevedibilità di nuove sovrattasse. Per ora, la diplomazia dei giardini e dei semi di rose sembra aver vinto sulla retorica dei dazi, rimandando lo scontro frontale a data da destinarsi.