ROMA - L’uscita degli Emirati Arabi Uniti (EAU) dall’Opec non è solo una svolta energetica, ma la certificazione di una trasformazione geopolitica profonda: il passaggio dalla storica alleanza strategica a una rivalità aperta tra Abu Dhabi e l’Arabia Saudita. La crisi dello Stretto di Hormuz ha finito per spaccare il cartello petrolifero a guida saudita, proprio quel fronte che il presidente Donald Trump ha più volte accusato di condizionare l’economia mondiale. 

Per anni il Regno Saudita e gli Emirati hanno agito in simbiosi e, sotto la guida dei rispettivi leader Mohammed bin Salman e Mohamed bin Zayed Al Nahyan, hanno ridefinito gli equilibri regionali. Nel 2017 coordinarono insieme il blocco diplomatico contro il Qatar, mentre nello Yemen intervennero congiuntamente contro i ribelli Houthi e collaborarono per contenere l’onda delle primavere arabe. 

Tuttavia, questa partnership si è incrinata progressivamente. Già nel 2023, Mohammed bin Salman aveva accusato privatamente gli Emirati di aver “pugnalato alle spalle” il Regno. Lo scontro è diventato palese nel dossier yemenita, culminando a fine 2025 in un episodio gravissimo: la coalizione filo-saudita ha colpito un carico di armi emiratino nel porto di Mukalla, intimando ad Abu Dhabi un ultimatum di 24 ore per il ritiro delle proprie forze di supporto.  

L’addio al cartello petrolifero è stato definito dal ministro dell’Energia emiratino, Suhail Mohamed al-Mazrouei, come una “decisione politica” presa in totale autonomia, senza consultare Riad. Alla base della frattura ci sono visioni divergenti: l’Arabia Saudita punta alla stabilità regionale per favorire la trasformazione economica interna e attrarre investimenti stranieri, mentre gli Emirati Arabi Uniti perseguono una politica estera più assertiva e interventista, costruendo una propria sfera d’influenza che si estende dal Medio Oriente all’Africa. 

La competizione si è estesa al piano economico e diplomatico. Mentre gli Emirati hanno consolidato i legami con Washington e Israele tramite gli Accordi di Abramo, Riad ha risposto imponendo alle multinazionali di spostare le sedi regionali nel Regno (sottraendole a Dubai) per poter accedere ai contratti pubblici. 

Inoltre, i due giganti competono per ottenere il favore degli Stati Uniti e della famiglia Trump, cercando però sponde diverse in Asia: l’Arabia Saudita mira a un patto di difesa reciproca con Turchia e Pakistan, mentre gli Emirati puntano a una partnership analoga con l’India. 

Le difficoltà di esportazione attraverso lo Stretto di Hormuz causate dalla guerra con l’Iran hanno agito da catalizzatore. Uscendo dall’Opec, Abu Dhabi punta a una strategia energetica indipendente, con l’obiettivo di sfruttare la propria massima capacità produttiva senza sottostare alle limitazioni imposte da Riad. Se in passato l’alleanza tra i due leader aveva garantito stabilità al fronte arabo, oggi la loro rivalità strutturale rischia di rendere il Golfo ancora più instabile.