SYDNEY - Il parco, dal costo di realizzazione stimato in circa 10 miliardi di dollari, avrebbe dovuto sorgere a 20 chilometri dalla costa al largo di Newcastle e Port Stephens, con l’obiettivo di fornire 2mila megawatt di capacità e di creare oltre 3mila posti di lavoro durante la fase di costruzione.
L’abbandono da parte di Equinor lascia l’australiana Oceanex senza un partner internazionale, condizione ritenuta indispensabile dal governo per garantire la solidità dell’investimento. Secondo il ministro dell’Energia Chris Bowen, la decisione rientra in una più ampia strategia di ridimensionamento di Equinor, che negli ultimi mesi si è ritirata da progetti analoghi nel Vietnam, in Portogallo e in Spagna.
Al di là delle motivazioni industriali, la vicenda riaccende il dibattito sul costo delle grandi infrastrutture per la transizione energetica. Gli impianti eolici offshore richiedono investimenti colossali, che non di rado si traducono in incentivi pubblici, garanzie statali e sussidi finanziati dai contribuenti. Per molti osservatori, il ritiro di Equinor dimostra quanto sia fragile il modello economico alla base di questi progetti, in cui il rischio privato viene ridotto ma a caro prezzo per le finanze pubbliche.
Le preoccupazioni non riguardano solo l’aspetto economico. Associazioni di pescatori, operatori turistici e ambientalisti locali hanno espresso sollievo per lo stop. Il presidente del Port Stephens Offshore Game Fishing Club, Troy Radford, ha parlato di “ottima notizia per la fauna marina e per l’economia costiera”, sottolineando l’impatto potenzialmente devastante su migrazioni di balene e sull’attrattiva turistica di uno dei principali punti di richiamo australiani per la pesca sportiva.
Il governo federale, nel frattempo, non intende chiudere definitivamente la porta all’eolico marino e ha annunciato nuove linee guida per licenze di ricerca in zone offshore dichiarate. Tuttavia, il caso Novocastrian mostra chiaramente quanto il cammino verso le rinnovabili sia irto di ostacoli: tra la ricerca di capitali esteri, i costi socializzati e le resistenze delle comunità locali, l’equazione della transizione energetica rimane ancora lontana dall’essere risolta.