Approvazione senza riserve, se non quella di un presunto ritardo nell’agire, alla decisione del governo Albanese di espellere l’ambasciatore Ahmad Sadeghi e tre alti funzionari dell’ambasciata iraniana, di ritirare la rappresentanza diplomatica australiana da Teheran e di inserire ufficialmente, il prima possibile via apposito intervento parlamentare, le Guardie della Rivoluzione Islamica dell’Iran (IRGC) sulla lista delle organizzazioni terroristiche.

Azioni decise, di portata storica (è la prima espulsione di un ambasciatore dalla Seconda guerra mondiale), intraprese per le giuste ragioni che capitano, tra l’altro, in un momento in cui il governo sta incontrando alcune difficoltà per altre decisioni, sempre sul fronte internazionale, prese o annunciate che l’hanno messo in rotta di collisione con Israele e gli Stati Uniti.

Sono misure indubbiamente dure quelle annunciate, a sorpresa, dal primo ministro martedì scorso, ma proporzionate alle prove raccolte dai Servizi di Intelligence (ASIO) e dalla Polizia federale (AFP). Secondo quanto rivelato dal capo dei Servizi, Mike Burgess, il governo iraniano ha organizzato almeno due gravi attentati antisemiti in Australia: contro la sinagoga Adass Israel a Melbourne e il ristorante kosher “Lewis’ Continental Kitchen” a Bondi Beach, Sydney; ma ci sarebbero stati anche altri episodi che, in base ad informazioni ‘credibili’, vedrebbero coinvolte le Guardie della Rivoluzione. Da qualunque punto di vista li si consideri, si tratta di gravissimi atti criminali che hanno sicuramente ulteriormente infiammato il già incandescente dibattito interno sulla questione palestinese, che il governo non ha affrontato con un’adeguata e bilanciata chiarezza e fermezza, alimentando tensioni e un’ondata senza precedenti di un diffuso antisemitismo.

Non ha aiutato la causa della distensione la decisione recentissima, da concretizzare nel corso dell’imminente Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York, del riconoscimento dello Stato di Palestina, come passo essenziale verso la svolta politica dei ‘due Stati’ progettata per porre fine al conflitto infinito arabo-israeliano. Una decisione, quella annunciata pubblicamente una decina di giorni fa dal leader di governo e dal ministro degli Esteri Penny Wong, che ha fatto seguito agli annunci favorevoli in merito della Gran Bretagna, del Canada e del Portogallo che sono andati ad allungare la lunga lista dei favorevoli a quella che rimane (per ora) una simbolica ‘soluzione’  già sostenuta ufficialmente da più di 150 dei 193 Paesi ONU.

Una scelta che è stata apertamente criticata da Tel Aviv e Washington (probabilmente andando a complicare, in questo ultimo caso, quello che è diventato ormai una specie di tormentone politico dell’incontro che ancora non c’è stato, dal suo insediamento, tra il presidente USA, Donald Trump e Albanese). L’espulsione dell’ambasciatore iraniano arriva quindi in un momento critico per il Paese e potrebbe, in qualche modo rimediare almeno un po’ alle critiche rivolte dal premier israeliano Benjamin Netanyahu di una presunta ‘debolezza’ del primo ministro australiano sul riconoscimento e la condanna del terrorismo internazionale sponsorizzato da Teheran oltre che per la scelta, ritenuta sbagliata e poco ‘amica’, del riconoscimento dello Stato palestinese.  

Perfetto tempismo quindi su quanto ‘scoperto’ dall’ASIO e dalla Polizia Federale, con Burgess che ha dichiarato apertamente che l’Intelligence australiana si è basata, nella sua lunga indagine, in parte sulla collaborazione con partner stranieri. E nessun Paese conosce l’Iran, l’IRGC e il suo coinvolgimento nel terrorismo internazionale meglio di Israele. Nessuna precisa conferma in merito, ma sicuramente una svolta ‘storica’ nei confronti di una Nazione che l’Australia aveva scelto, nonostante i ripetuti ‘avvisi’ israeliani, di trattare come un Paese normale, usando una costante indulgenza anche in occasione di alcune dichiarazioni oltraggiose della sua rappresentanza diplomatica anche dopo il drammatico attacco di Hamas (uno dei gruppi terroristici sponsorizzati da Teheran) a Israele del 7 ottobre del 2023.

I numerosi attacchi antisemiti, soprattutto a Sydney e Melbourne, che hanno fatto seguito all’evolversi della tragica guerra, con tutte le sue atrocità, in corso nella Striscia di Gaza, sono stati a lungo trattati dalla politica e dalla polizia come semplici atti vandalici, escludendo la matrice terroristica. Solo dopo l’arresto di 14 persone coinvolte in una serie di attacchi nella capitale del New South Wales, è lentamente emersa una realtà molto più complessa. Le indagini, condotte dalla Strike Force Pearl e successivamente integrate da ASIO e AFP, hanno così rivelato un intreccio pericoloso tra criminalità organizzata e le ideologie estremiste del regime di Teheran. Le indagini hanno portato alla luce un sofisticato schema di comunicazione e finanziamento internazionale: criptovalute, dispositivi di comunicazione cifrata, reclutamento online di giovani criminali, radicalizzazione tramite propaganda estremista e utilizzo di ONG filoiraniane attive anche in Australia. Secondo Burgess, istituzioni come l’Università Al-Mustafa, finanziata dall’Ufficio della Guida Suprema iraniana, e ONG come AhlulBayt, giocano un ruolo chiave nella diffusione dell’influenza ideologica dell’Iran in Australia e quartieri come Lakemba, a Sydney, sono considerati centri sensibili di questa penetrazione religiosa e politica. Inoltre, ha sottolineato il capo dell’ASIO, dopo la repressione delle proteste in Iran nel 2022, il regime ha intensificato il monitoraggio e la persecuzione dei dissidenti iraniani all’estero, inclusi molti residenti australiani.

Giudicata, quindi, come conseguenza dell’indagine, positiva anche la decisione di Canberra della sospensione definitiva delle operazioni della propria ambasciata nella capitale iraniana. Sebbene mantenere un canale diplomatico fosse stato giustificato come mezzo utile per la comunicazione indiretta tra Iran e Stati Uniti, sarebbe stato impossibile, dopo le prove del coinvolgimento dell’IRGC negli attentati in Australia, non far rientrare immediatamente i diplomatici australiani, già sottoposti a sorveglianza costante e limitati nelle loro capacità operative.

Secondo molti osservatori il caso iraniano – che ha portato all’espulsione dell’ambasciatore Sadeghi - mette in evidenza il pericolo di interferenze e, soprattutto, di possibili nuovi atti terroristici: ci sono, infatti, numerosi diplomatici e funzionari di Paesi fondamentalmente ostili presenti in Australia all’insegna del necessario mantenimento (sostenuto sia dal governo che dall’ASIO) del dialogo e della cooperazione. Sarebbe quindi, forse, opportuno prendere seriamente in considerazione la politica che Praga ha applicato nei confronti della Russia qualche anno fa per apportare qualche aggiustamento operativo: Mosca, infatti, può avere a Praga solo tanti diplomatici quanti ce ne sono dell’ambasciata ceca a Mosca. Una parità numerica che indubbiamente aiuterebbe a limitare la possibile influenza di potenze ostili.

Il presidente del Consiglio Ebraico d’Australia, Daniel Aghion, dopo la conferenza stampa di Albanese e Burgess di martedì scorso, ha sottolineato come l’antisemitismo non sia solo una minaccia per gli ebrei, ma una minaccia per l’intera civiltà democratica. “L’indagine dell’ASIO – ha detto - ha dimostrato che l’Iran ha le risorse, ma soprattutto la volontà di esportare il terrore anche in paesi come l’Australia, lontani geograficamente ma non politicamente”. E, quindi, che solo una risposta forte, decisa e coerente può garantire che episodi simili non si ripetano. Tardiva, ma finalmente efficace quindi, dopo una prolungata ambiguità, l’azione del capo di governo sostenuta dalle rivelazioni di Mike Burgess, arrivate, tra l’altro, con un politicamente fortunato tempismo dato l’avvicinarsi dell’Assemblea Onu e la missione del vice primo ministro Richard Marles a Washington con, in agenda – secondo molti osservatori -, oltre al rapporto AUKUS, anche l’incontro Trump-Albanese che il primo ministro assicura di non avere fra le sue priorità, ma sul quale, dietro le quinte, si lavora già da diversi mesi.