Riso con calamari, pasta casareccia di primavera, involtini e beignet alla crema: il pranzo di Ferragosto del Licodia Eubea Social Club profuma d’estate, anche se fuori è pieno inverno. “In Italia si sciolgono dal caldo,” scherza il vicepresidente Domenic Brasacchio, “qui ci geliamo dal freddo.” Circa 150 persone si sono ritrovate domenica per il pranzo, alcune arrivate come ospiti e diventate socie proprio in giornata, sedute fianco a fianco con chi il club lo frequenta da una vita.

Rispetto alle serate più formali del club, oggi niente lotteria né aste. “È una domenica più semplice, più tradizionale, dove ci si concentra sul cibo e su chi si ama,” spiega il presidente Dominic Ballirò. A intrattenere gli ospiti, la musica dal vivo di Jon Ranellone; a cucinare, Mariangela Camilleri; proprio come si fa dal 1968, quando un gruppo di emigranti fondò il Licodia Eubea, tra loro Salvatore Dolce Amore.

“Sono nel comitato da quasi tre anni,” racconta il figlio Giuseppe Dolce Amore, “dopo tanti anni che papà è stato uno dei fondatori.” 
Un filo che lega direttamente le due generazioni, quella che ha messo su il club da zero e quella che oggi lo tiene in piedi e che Ballirò riassume così: “Continuare la tradizione degli emigranti,” dice, “mantenere la nostra cultura” la stessa che arriva dalla provincia di Catania, da cui il club prende tuttora il menù e lo spirito.

Nessuno lo incarna meglio del socio più anziano del club, Giuseppe Accardi, 91 anni ; per tutti, semplicemente zio Peppe, che gioca ancora a biliardo con gli altri soci.
Il calendario, del resto, non si ferma mai: oltre alle serate casalinghe, che si tengono ogni 18 del mese, tra crêpes e soufflé, ci sono San Giuseppe, la Gala Night Santa Margherita e il Sicily Day a inizio giugno. 

A dicembre, poi, c’è la festa dei bambini, con tanto di Babbo Natale per i soci under 11. Il prossimo appuntamento, però, è già segnato: la Festa del Papà tra quattro settimane, per cui i biglietti sono esauriti.
Segno, questo, che il Licodia Eubea continua a fare quello che fa da quasi sessant’anni: tenere unita una comunità che, di generazione in generazione, si passa di mano il testimone.