“Non guardare cosa dice, guarda cosa fa.” Non sappiamo chi abbia pronunciato per pri[1]mo questa frase. Poco importa. Da decenni è una delle regole più semplici per avere un quadro preciso di ogni persona.
Una regola che vale ancora di più in politica. Le parole servono a conquistare attenzione. I fatti servono a conquistare fiducia.Negli ultimi mesi Pauline Hanson è riuscita, complice uno spazio vuoto da riempire, come pochi altri politici australiani in tempi recenti a monopolizzare il dibattito pubblico. I sondaggi le hanno dato ragione, tutti, informazione inclusa, abbiamo dato spazio a ogni sua dichiarazione, ogni provocazione, ogni apparizione pubblica. E così, pur non avendo fatto un granché, in assenza di numeri per far molto in Parlamento, Pauline Hanson è diventata il centro della conversazione politica, soprattutto in casa dei conservatori australiani.
Però, come abbiamo già avuto modo di sottolineare, se una forza politica non vuole essere più una semplice formazione di protesta ma ambisce a governare, il metro di giudizio cambia inevitabilmente. Non basta più denunciare i problemi. Occorre dimostrare di avere capacità, programma e visione per saperli risolvere. Ed è qui che iniziano le domande quando si parla di One Nation.
Negli ultimi giorni, tra l’altro, sempre nell’ottica di “guarda cosa fa”, Hanson ha offerto un’immagine difficile da conciliare con quella costruita negli anni. Da una parte i messaggi dedicati alla classe operaia, agli agricoltori, alle famiglie alle prese con le problematiche legate all’aumento del costo della vita, agli australiani che faticano ad arrivare alla fine del mese. Dall’altra il soggiorno in Sicilia, marchiato Dolce & Gabbana, accanto alla sua principale sostenitrice Gina Rinehart, la persona più ricca d’Australia, la partecipazione a eventi esclusivi e un viaggio europeo che avrebbe dovuto rafforzarne la credibilità internazionale ma che ha finito per sollevare interrogativi più che risposte. L’incontro con Tommy Robinson rappresenta forse l’esempio più evidente di questa contraddizione. Che sia stato organizzato direttamente da One Nation oppure favorito da chi seguiva Hanson è, dal punto di vista politico, quasi irrilevante.
Le ricostruzioni divergono e ciascuna parte attribuisce all’altra la responsabilità dell’incontro. Quello che conta, in questo caso, è il risultato. Un leader politico si assume sempre la responsabilità di ciò che decide di trasmettere e comunicare.
Se per Pauline Hanson l’obiettivo era presentarsi come futura guida di governo, l’accostamento a una figura tanto controversa ha inevitabilmente spostato il dibattito dalle politiche economiche alle polemiche identitarie. È una dinamica, non nuova, che accompagna One Nation praticamente dalla sua nascita. Il partito, finora, almeno sulla base dei sondaggi e dei risultati degli unici due appuntamenti elettorali dell’ultimo periodo, sembra avere la capacità di intercettare il malessere di una parte consistente dell’elettorato.
Riesce a parlare, con l’impatto istantaneo da ‘social media’ e con facili slogan, di problemi reali: il costo della vita, l’accesso alla casa, l’immigrazione, la percezione di insicurezza sociale ed economica. Ma quando arriva il momento di trasformare il malcontento in un programma di governo emergono limiti difficili da ignorare.
Negli ultimi giorni economisti, osservatori e persino dirigenti della stessa area della Hanson hanno iniziato a discutere molto più nel dettaglio le proposte economiche di One Nation. Dalla promessa di mutui trentennali al cinque per cento fino ai costi delle principali misure fiscali, il confronto si è finalmente spostato sul terreno più importante: quello della sostenibilità delle promesse politiche.
Ed è proprio qui che il leader dell’opposizione, Angus Taylor, sembra aver intuito dove si giocheranno le prossime elezioni. Per mesi Taylor è apparso schiacciato dalla crescita di Hanson nei sondaggi. Inseguirla sarebbe stato probabilmente l’errore più grande. Taylor sembra, invece, avere finalmente scelto una strada diversa: contestarne apertamente l’impianto economico e provare a costruire una proposta alternativa fondata su produttività, riforma fiscale, contenimento della spesa pubblica, politica energetica e revisione dell’immigrazione in funzione della capacità del Paese di costruire abitazioni e infrastrutture. Che gli elettori condividano o meno questa impostazione sarà il voto a dirlo e non soltanto i sondaggi. Ma almeno il confronto sembra essere tornato finalmente dove dovrebbe sempre essere: ovvero sulle idee.
Anche i laburisti, da forza di governo, sono chiamati a costanti, importanti, banchi di prova. Da giovedì fino a sabato ad Adelaide si terrà la 50esima Conferenza nazionale del partito, appuntamento molto atteso dalla squadra guidata da Anthony Albanese. Un momento di confronto politico che avrà un valore non soltanto interno alle dinamiche del partito, ma soprattutto potrà dare un’indicazione chiara della traiettoria del governo in questi poco più di due anni che mancano prima del prossimo appuntamento elettorale.
La bozza della piattaforma programmatica lascia già intuire la direzione. I temi sono quelli già delineati nelle precedenti manovre finanziarie firmate Chalmers-Albanese, si parla di una crescita economica definita “più inclusiva”, del rafforzamento della manifattura attraverso il programma Future Made in Australia, di investimenti nell’intelligenza artificiale e nelle tecnologie avanzate, di una nuova politica industriale con sostegno alle energie pulite, ma resta sempre determinante e centrale il dibattito su una produttività che non tiene il passo. Ma, così come ha sostenuto nel corso dell’intervista esclusiva concessa al nostro giornale la scorsa settimana il vice ministro Julian Hill, la bozza dell’agenda della conferenza di Adelaide prevede anche la necessità di ragionare su un’immigrazione più orientata alle esigenze del mercato del lavoro.
Accanto a questi temi figurano il rafforzamento delle istituzioni democratiche, la coesione sociale e il ruolo dell’Australia in un contesto internazionale sempre più instabile. Si può condividere oppure criticare, nel merito, punto per punto, questo progetto. Ma almeno è un progetto che esiste.
Ed è esattamente questo il punto. Le prossime elezioni federali non saranno decise dal numero di visualizzazioni di un post sui social, dalle polemiche scaturite da un podcast, o dalle foto, più o meno glamour, scattate durante una vacanza o da dibattiti destinati a occupare i social media per poche ore, destinati a essere superati da altri che dureranno altrettanto. Le elezioni in un Paese democratico sono sempre, e fortunatamente, decise da una risposta apparentemente semplice a una domanda che sembra semplice: chi, tra le forze politiche e i leader, è in grado di offrire un’idea credibile e programmi realizzabili per il Paese?
Al momento i laburisti continuano a provare a offrire queste risposte con la loro azione di governo, Angus Taylor forse ha capito che deve fare di tutto per dimostrare di potere offrirne una migliore.
Pauline Hanson, invece, deve ancora convincere gli elettori che oltre agli slogan possiede anche un progetto di governo. Perché la politica, alla fine, continua a essere giudicata come suggerisce quel vecchio detto: non dalle parole, ma dai fatti.