CANBERRA - L’autorità, guidata da Matt Kean, sta per consegnare al governo il proprio parere, che secondo indiscrezioni dovrebbe proporre un taglio compreso tra il 65 e il 75 per cento delle emissioni rispetto ai livelli del 2005. Tuttavia, l’instabilità geopolitica, il cambio di governo nel Queensland e l’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti hanno indotto la CCA a prendersi più tempo per ricalibrare le proprie raccomandazioni, e non è escluso che il target finale possa scendere sotto la forchetta inizialmente ipotizzata.

Il governo sembra orientato verso il limite inferiore del ventaglio, il primo ministro Anthony Albanese da Honiara, dove è impegnato nel vertice del Pacific Islands Forum, ha ribadito che la priorità resta quella di fissare un obiettivo “raggiungibile” e che garantisca sicurezza e affidabilità del sistema energetico. “Non si tratta di estrarre numeri dal cilindro. Vogliamo prendere una decisione realistica, che accompagni la transizione e sia concretamente attuabile”, ha dichiarato.

Una posizione che riflette anche le preoccupazioni di una parte del mondo economico: il Business Council of Australia (BCA) ha avvertito che superare il 70 per cento potrebbe mettere a rischio centinaia di miliardi di dollari di esportazioni, in particolare nel settore delle risorse. Albanese, intervenendo a una cena del BCA, ha accolto positivamente il rapporto, ma resta sotto pressione da parte dei gruppi ambientalisti che chiedono un obiettivo più vicino al 75 per cento e un’accelerazione verso la neutralità climatica.

Il tema è cruciale anche sul piano diplomatico: l’Australia è in competizione con la Turchia per ospitare la COP31, il vertice ONU sul clima del 2026, e vuole presentarsi con credenziali forti di fronte agli Stati del Pacifico, i più esposti alla crisi climatica. L’attuale proiezione, senza modifiche di ambizione, porterebbe a un taglio delle emissioni del 51 per cento entro il 2035.

Il nuovo target dovrà essere annunciato prima del viaggio di Albanese a New York in occasione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dove i Paesi presenteranno i loro contributi nazionali. Per legge, il governo non può impegnarsi su un numero prima di aver ricevuto il parere della CCA.