C’è un uomo che entra in Vaticano vestito di stracci, sporco di terra, deciso a rinunciare a tutto ciò che possiede. Non è un miliardario pentito, né un eroe dei nostri tempi. È Francesco d’Assisi, il giovane che avrebbe potuto vivere nel lusso e invece scelse la povertà, la natura, gli ultimi. Otto secoli dopo, la sua figura torna sul palcoscenico con il volto, il corpo e la comicità di Fabio Motta, protagonista solitario di Holy Fool, spettacolo che dal 9 al 19 settembre arriva alla sua prima mondiale al Theatre Works – Explosives Factory.
La scintilla, racconta Motta, è nata dalla volontà di fare qualcosa di diverso dal lavoro precedente. “Volevo creare una commedia fisica e spirituale”, spiega. Uno spettacolo capace di tenere insieme il riso e la riflessione, il profano e il sacro, senza trasformarsi in una predica. L’obiettivo è, piuttosto, porre una domanda semplice e insieme scomoda: come possiamo vivere in maniera più essenziale, prenderci cura gli uni degli altri e riconnetterci con la natura, senza perdere leggerezza?
La risposta, quasi naturalmente, lo conduce a Francesco.
In Holy Fool, infatti, il santo di Assisi non appare come una figura marmorea, distante, già consegnata all'iconografia. È un uomo radicale, ingenuo, persino un po’ assurdo. Un ‘folle di Dio’, come lui stesso amava definirsi. Ed è proprio nella follia che Motta individua la sua forza teatrale.
“Il folle è qualcuno che capovolge le cose, che le mette sottosopra”, racconta. Una figura che, come il clown, può dire verità profonde senza impartire lezioni, attraverso l'umorismo, la provocazione e la tenerezza. Francesco, in fondo, fece proprio questo: mise sottosopra il mondo che conosceva. Figlio di un ricco mercante, inizialmente aspirante cavaliere e giovane amante dei piaceri, decise improvvisamente di seguire un'altra strada, tentando di modellare la propria esistenza sulle parole e sulla vita di Gesù.
La sua fu una scelta tanto radicale da apparire folle. Cantava per le strade in francese, abbracciava gli alberi, rinunciava ai vestiti e alla ricchezza. Secondo una tradizione raccontata da Motta, quando si trattò di stabilire le regole del nuovo ordine religioso, Francesco apriva la Bibbia e lasciava che fosse il dito a indicare la frase destinata a diventare la norma. “C'era qualcosa in lui che seguiva un senso di semplicità e di ingenuità”, osserva l'attore.
Quella stessa semplicità diventa la cifra estetica dello spettacolo. Motta è solo sul palco e, attraverso il corpo, costruisce personaggi, ambienti e passaggi temporali. Nessuna grande macchina scenica: il teatro diventa spazio da trasformare con il movimento, l'immaginazione e la presenza dell'interprete. Una scelta che richiama direttamente la filosofia francescana: “Non aveva nulla, eppure sentiva di avere tutto”.
A guidare lo sviluppo di Holy Fool è stato Giovanni Fusetti, pedagogo teatrale di fama internazionale e figura fondamentale nel percorso artistico di Motta. I due hanno lavorato a Padova, città profondamente legata alla tradizione dei santi e alla presenza francescana. Il progetto affonda inoltre le proprie radici in una prima versione presentata da Motta nel 2024 nell'ambito di La Mama Exploration.
E se l'arrivo dello spettacolo nel 2026 coincide, quasi per destino, con l'ottavo centenario della morte del santo, per Motta non si tratta di una ricorrenza programmata. È una coincidenza che rende però il progetto ancora più attuale.
“Il mondo è letteralmente in fiamme”, dice. Guerre, isolamento sociale, crisi ambientale: in questo scenario, sostiene, la radicalità francescana torna a interrogare il presente. Non per proporre una conversione, ma per mettere in discussione ciò che consideriamo indispensabile.
“Non sto cercando di predicare il cattolicesimo”, chiarisce Motta. È piuttosto incuriosito da un uomo che scelse di vivere senza possedere e in armonia con il creato. Una scelta che accosta, per certi versi, alla riflessione buddhista sul rapporto tra possesso e sofferenza.
La rappresentazione pone, per certi versi, domanda piuttosto provocatoria: cosa succederebbe se, almeno per un momento, smettessimo di desiderare sempre di più?
Forse Francesco non ha una risposta da consegnarci. Forse, suggerisce Motta, ha qualcosa di più destabilizzante: “Una domanda da cui è difficile scappare”.