Amore, Fortuna o Virtù. Quale delle tre divinità esercita davvero il maggiore ascendente sul destino di noi esseri umani? È questo l’avvincente interrogativo con cui si apre L’incoronazione di Poppea, ultimo capolavoro di Claudio Monteverdi su libretto di Giovanni Francesco Busenello. Primo melodramma costruito attorno a un soggetto storico, tratto dagli Annali di Tacito, l’opera dipinge una Roma corrotta, dove il potere si intreccia al desiderio, la morale viene sacrificata all’ambizione e la verità è spesso soffocata da intrighi, tradimenti e delitti mascherati.
A quasi quattro secoli dalla prima rappresentazione al Teatro Grimani di Venezia, Victorian Opera restituisce tutta la complessità di questo capolavoro con un allestimento che sceglie di abbandonare l’antica Roma per trasferire la vicenda nei bassifondi di un nightclub ispirato al famigerato Hotel Babylon di Scarface. Un’ambientazione sorprendente che, senza tradire lo spirito dell’opera, ne mette in luce l’impressionante attualità. Desiderio, violenza e sete di potere si fondono con inquietante naturalezza, mentre Nerone e Poppea inseguono senza scrupoli il proprio amore proibito, lasciando dietro di sé una scia di morte e distruzione. Sul podio torna Chad Kelly, già protagonista del successo della scorsa stagione con Il ratto dal serraglio di Mozart, alla guida della riorchestrazione firmata da Elena Kats-Chernin, presentata per la prima volta alla Komische Oper di Berlino. La partitura, arricchita da raffinate sfumature jazzistiche, dialoga con la regia di Sam Strong, le scene e i costumi di Anna Cordingley e il disegno luci di Matt Scott, dando vita a un allestimento di grande impatto scenico.
Tra i giovani interpreti della produzione c’è anche il soprano italo-australiano Alessia Pintabona, nata a Perth da padre siciliano e cresciuta in una famiglia dove la cultura italiana occupa da sempre un posto centrale. Oggi vive a Melbourne e fa parte del Victorian Opera Prize, il prestigioso programma che accompagna i giovani artisti nella crescita professionale attraverso esperienze sul palcoscenico e dietro le quinte.
Il legame con l’Italia, racconta, affonda le radici nell’infanzia. “Mia nonna cantava spesso e siamo cresciuti ascoltando molta musica italiana. È stato un ambiente che mi ha trasmesso naturalmente l’amore per il canto”. Dopo le prime esperienze nei cori scolastici, la formazione accademica è arrivata alla Western Australian Academy of Performing Arts e successivamente all’Università di Melbourne, dove ha affinato una preparazione che oggi trova piena espressione anche nel repertorio operistico.
In questa produzione Alessia interpreta Fortuna, una delle tre figure allegoriche che aprono l’opera confrontandosi sul vero motore delle vicende umane. “È stato molto stimolante esplorare il concetto stesso di fortuna e riflettere su quanto possa influenzare la vita delle persone”, racconta. Non è la prima volta che il soprano si misura con L’incoronazione di Poppea. Aveva già preso parte a una produzione universitaria e considera questo titolo uno dei grandi pilastri del repertorio monteverdiano. “La musica è meravigliosa, ma ciò che mi colpisce ancora di più è il testo, la sua poesia. Ho tradotto personalmente molte parti del libretto e mi sono resa conto di quanto sia ancora incredibilmente attuale. Molte battute sembrano scritte per il presente e ci sono persino alcune citazioni di Dante. È un’opera culturalmente preziosa”.
Per Pintabona è proprio questa straordinaria capacità di attraversare i secoli a fare da filo conduttore dell’intera produzione. L’ambientazione contemporanea, ispirata all’immaginario di Scarface, non rappresenta una semplice scelta estetica, ma apre uno squarcio su dinamiche che appartengono anche al nostro tempo. “The coronation of Poppea rende la storia molto più vicina al pubblico contemporaneo. Anche la nuova orchestrazione aggiunge colori ed energie musicali che sostengono magnificamente la narrazione e la recitazione. Pur essendo diversa da un’esecuzione filologica barocca, il risultato è davvero bellissimo”.
Ma la rilettura del capolavoro monteverdiano trova, secondo il soprano, un significato che va ben oltre il semplice aggiornamento scenico. “Credo che questa produzione rappresenti anche una splendida metafora dell’Australia multiculturale: un capolavoro del passato che si arricchisce di influenze contemporanee e differenti sensibilità artistiche”. Un’idea che riflette la stessa esperienza personale dell’artista, cresciuta tra due culture e oggi impegnata a dare voce a uno dei patrimoni più preziosi della tradizione musicale italiana.
Alla vigilia del debutto, Alessia spera soprattutto che il pubblico riesca ad apprezzare l’adattamento. “Spero che questa nuova energia, data dall’ambientazione contemporanea, renda ancora più evidente quanto l’opera riesca a raccontare la complessità di cui siamo fatti”.
Per lei, scegliere una pagina del cuore non è semplice. “Ogni giorno mi ritrovo con una melodia diversa in testa”, confessa. Se da una parte le arie di Drusilla conquistano per la loro immediatezza, è in quelle di Ottavia che trova alcuni dei momenti più intensi. “Il testo è di una bellezza straordinaria: a volte mi commuove fino alle lacrime. In quest’opera è davvero speciale il modo in cui la musica riesce a esaltare ogni parola del libretto”.
Sembra essere proprio questo il segreto di una storia che continua a calcare le scene dopo quasi quattrocento anni. Le lotte per il potere, le ambizioni personali, gli amori impossibili e le fragilità umane non appartengono soltanto all’antica Roma. Cambiano gli abiti, mutano le scenografie, si spostano i contesti storici, ma i sentimenti restano sorprendentemente riconoscibili.
“Credo che parli di qualcosa di profondamente umano – spiega il soprano –. Riesce a toccare emozioni che forse nemmeno sappiamo di avere. Continuiamo a mettere in scena storie scritte tanto tempo fa e ogni volta è sorprendente scoprire quanto gli esseri umani, in fondo, non siano cambiati poi così tanto. È proprio questo che l’opera mi trasmette: un forte senso di appartenenza e di unione con le persone che mi circondano”.
La stagione sarà particolarmente breve – appena tre rappresentazioni al Palais Theatre di St Kilda, fino al 4 luglio – ma promette di lasciare il segno grazie a una lettura capace di coniugare rispetto per il capolavoro monteverdiano e uno sguardo coraggiosamente rivolto al presente.
A fine rappresentazione, ogni intrigo e ogni compromesso si dissolve nelle dolci note di Pur ti miro, pur ti godo, uno dei finali più celebri del mondo lirico. È lì che Monteverdi affida alla musica una delle più intime e incantevoli celebrazioni dell’amore romantico: le divinità hanno smesso di contendersi il destino degli uomini e, almeno sulla scena, è Amore a decretare la propria vittoria. “È questo che rende Poppea ancora così straordinaria – conclude Pintabona –. Ci ricorda, in musica, quel mondo interiore che continua a parlarci attraverso i secoli”.