“Si fa presto a dire: ‘Porta pazienza’. Con mio padre avevo un dialogo straordinario. Adesso il suo volto è lo stesso, solo molto invecchiato. Ma è impossibile parlarci. È intollerante, urla alla minima obiezione o anche di fronte a un piccolo dissenso. Mi sento ferita da questa incomprensione totale, proprio tra noi che abbiamo sempre avuto un dialogo intenso, in grande sintonia. Non è più lui. Mi sembra di vivere in un incubo”.
Invecchiando diventiamo più rigidi, anche mentalmente. Si inaspriscono e peggiorano alcuni aspetti del carattere. Soprattutto può emergere un’impulsività crescente, che fa saltare quel necessario autocontrollo che prima governava i rapporti interpersonali. Sembra non ci sia più un filtro tra i pensieri, anche molto distruttivi, che usualmente venivano inibiti, moderati, temperati, formulati meglio, e quello che viene detto o urlato, in una frazione di secondo. I rapporti interpersonali vengono progressivamente demoliti da questa progressione di aggressività, che sembra inarrestabile. E che sembra riconoscere in alcune frasi, o parole specifiche, il detonatore che fa scattare l’atomica dell’irascibilità scomposta e ingovernata.
Non bastasse, con comportamenti che non sembrano più aperti alla minima autocritica, che porti a scusarsi, dopo, come ci si aspetterebbe. E come sarebbe giusto, soprattutto in rapporti d’affetto di lunga data. Si alzano pian piano rigidi muri di vetro, che rinchiudono ciascuno in una solitudine incupita e amara, che alimenta ulteriormente l’aggressività.
Che cosa scatena questo deterioramento, dei pensieri e del comportamento? E che cosa possiamo fare per rallentarne la progressione? Dal punto di vista medico, neurologico, l’impulsività e l’aggressività sono segni di allerta di deterioramento cognitivo, dovuto a una progressiva distruzione dei neuroni che coordinano il pensiero e il comportamento che lo esprime. Nello specifico, esprimono una duplice disfunzione. La prima riguarda la progressiva la perdita del controllo inibitorio “top-down” delle regioni fronto-corticali sulle strutture limbiche (soprattutto l’amigdala). In termini semplici, sono progressivamente lese le cellule nervose della corteccia orbito-frontale e prefrontale che normalmente mettono le redini all’impulsività istintuale coordinata dall’amigdala.
Si tratta di lesioni proprio di quell’area cerebrale frontale dove Sigmund Freud, neurologo e padre della psicoanalisi, collocava il “Super-Io”, il controllore in capo del comportamento umano. La seconda disfunzione implica lo squilibrio dei sistemi di neurotrasmettitori, i messaggeri dei neuroni, cosiddetti “monoaminergici”. Cresce l’iperfunzione di dopamina e noradrenalina, che mediano estroversione e aggressività, mentre si riducono le attività della serotonina, che regola l’umore ma anche la capacità di autocontrollo, e dell’acetilcolina, che governa i pensieri. Impulsività e aggressività fanno parte del cosiddetto “dominio HIDA” fatto di iperattività, impulsività, irritabilità, disinibizione, aggressione, agitazione (Hyperactivity-Impulsivity-Irritability-Disinhibition-Aggression-Agitation), tutti sintomi comportamentali e psicologici del deterioramento cognitivo fino alla demenza.
La perdita del controllo della corteccia frontale sulle strutture limbiche diventa più rilevante nelle varianti comportamentali della demenza frontotemporale. Siccome queste aree rappresentano il valore di ricompensa e permettono di modulare in modo flessibile il nostro comportamento in base alle situazioni contingenti, ecco che la loro degenerazione produce disinibizione, impulsività e violazione delle norme sociali.
La perdita del controllo sull’amigdala, che non viene più guidata dalla corteccia prefrontale a valutare in modo più appropriato gli eventi, “libera” le risposte aggressive, spesso del tutto sproporzionate. Per esempio, una semplice frase può essere percepita come un insulto grave, e così via, con “salto” a conclusioni aggressive, senza più le abituali precedenti valutazioni di merito, prima di reagire.
I collerici di carattere sono i più vulnerabili a questa variante del deterioramento cognitivo, che tuttavia può colpire anche persone prima più controllate, per temperamento ed educazione. La questione è molto seria e impegnativa. Riconoscerne le prime battute, nelle prime fasi del deterioramento cognitivo, può aiutare a mitigarne le asprezze, e le conseguenze anzitutto sui rapporti familiari, con opportune terapie mediche e psicoterapeutiche.