A Melbourne, l’antica Roma non si limita a raccontarsi attraverso statue, mosaici e reperti. Prende forma, colore, profumo. Esce dalle teche e dalle sale del museo per entrare nella vita quotidiana, trasformandosi in una tazza, in una piccola ciotola, in un oggetto da usare a tavola o in un aroma capace di evocare, a distanza di millenni, l’atmosfera di un bagno romano.
È anche questa la magia di Rome: Empire, Power, People, la grande mostra del Melbourne Museum che riporta nella città australiana un frammento dell’universo romano attraverso una straordinaria selezione di reperti. Accanto alla dimensione monumentale dell’antichità, però, emerge un volto più intimo e sensoriale: quello fatto di gesti, rituali, colori e oggetti. Ed è proprio in questo spazio, sospeso fra storia e contemporaneità, che incontriamo il lavoro di Mary-Lou e Chris Pittard.
Per i due artisti melbourniani, entrambi con decenni di esperienza alle spalle, Roma è diventata una materia da reinterpretare, più che da ricostruire fedelmente. Le loro ceramiche sono popolate da monumenti, paesaggi, figure e motivi dell’antichità, riletti attraverso colori vivaci, disegni eseguiti a mano e una vena volutamente giocosa.
Mary-Lou lavora con l’argilla dagli inizi degli anni Ottanta e ha costruito nel tempo un linguaggio riconoscibile, fatto di stoneware decorati, cromie accese e oggetti capaci di stare a metà strada tra funzione e ornamento. Chris, originariamente formato nella pittura, si è avvicinato alla ceramica oltre trent’anni fa, portando con sé un approccio pittorico che ancora oggi si riflette nelle superfici minuziosamente disegnate delle sue opere.
“Ci piace la sfida”, raccontano parlando della collaborazione con il museo. E la sfida, in effetti, era tutt’altro che banale: trasformare un immaginario antico in una collezione accessibile, contemporanea e soprattutto utilizzabile.
Il risultato non cerca la distanza reverenziale dell’oggetto da contemplare. Al contrario, invita a prendere in mano le ceramiche, portarle in tavola, usarle. Mary-Lou lo spiega con una semplicità quasi disarmante: “Non vogliamo che le persone le mettano via in un armadio. Vogliamo che le usino ogni giorno”.
È un principio che appartiene profondamente alla sua storia artistica. Da sempre, infatti, il suo lavoro vive sul confine tra cucina e ceramica. C’è stato persino un momento, racconta, in cui si è trovata davanti a un bivio: diventare chef o diventare ceramista. Ha scelto la seconda strada, senza però abbandonare la prima. Le sue opere continuano così a dialogare con il cibo, con la tavola, con il piacere concreto dell’uso.
“Può essere bello e funzionale - osserva -. Non deve essere soltanto un oggetto”. Una ceramica, nella sua visione, può diventare anche un punto di conversazione attorno alla tavola, quel genere di oggetto che qualcuno nota e davanti al quale domanda inevitabilmente: “Da dove viene?”.
In questa filosofia c’è qualcosa di profondamente mediterraneo. Ci sono oggetti che non nascono per essere custoditi, ma per accompagnare la quotidianità: contenitori per il formaggio, piccoli piatti, ciotole, recipienti per la frutta. La bellezza non è separata dalla funzione; è la funzione stessa a diventare occasione estetica.
Anche la scelta dei riferimenti italiani non è casuale. I Pittard ricordano un soggiorno nell’area di Perugia e una visita a Deruta, luogo simbolo della tradizione ceramica umbra.
Maiolica italiana, produzioni europee, decorazioni e colori hanno rappresentato nel tempo una fonte d’ispirazione importante per entrambi.
E così Roma diventa un nuovo capitolo di una ricerca già avviata.
“Originariamente pensavamo alla Renaissance”, raccontano con un sorriso, prima di rendersi conto che il progetto riguardava invece l’antica Roma. La difficoltà consisteva proprio nel trovare una chiave che non scivolasse nei cliché più prevedibili. Niente semplici urne ispirate alla Grecia, dunque, e nemmeno una riproduzione museale dei mosaici romani. L’obiettivo era diverso: evocare Roma senza trasformarla in una cartolina.
La collaborazione con il Melbourne Museum ha seguito la stessa logica sperimentale. I primi prototipi sono stati discussi, modificati, ridotti e poi nuovamente ampliati. “Originariamente dovevano essere tre design”, spiegano. Alla fine, il gruppo ha trovato un accordo su quattro. Un piccolo laboratorio di idee, prima ancora che di ceramica.
Fra i pezzi preferiti dagli artisti ci sono i cucchiaini e le piccole ciotole poggiate su tre piedini, alcune delle quali decorate con minuscoli volti. Oggetti discreti, ma capaci di catturare lo sguardo. Altri, invece, richiamano i cipressi, il Foro e quei paesaggi che rimangono impressi nella memoria di chi ha visitato Roma.
E forse, quando le luci della mostra si spengono e il visitatore torna alla vita di tutti i giorni, è proprio questo ciò che resta. Non soltanto la memoria dell’Impero, delle sue conquiste e dei suoi monumenti, ma il ricordo di una Roma più umana, fatta di colori, convivialità e piccoli gesti.
“Vorremmo che le persone avessero un sorriso sul volto quando vedono i nostri pezzi”, dicono Mary-Lou e Chris.
Un sorriso, in fondo, è una traccia minima. Ma è anche una delle forme più immediate con cui una storia millenaria può continuare a vivere nel presente.