Poteva dire altrimenti come presidente designato del vertice Onu sul clima di fine anno? Gli obiettivi del COP 31 rimangono inalterati nonostante la guerra nel Golfo: “Il governo deve continuare con i suoi piani di elettrificazione e di incremento dello sviluppo dell’energia rinnovabile”. 

Dichiarazioni e resistenza nei propositi in un quadro internazionale sia sul fronte degli approvvigionamenti di carburanti sia su quello delle prospettive finanziarie sempre più drammatico. Bowen insiste sulla linea del “tutto, per ora, sotto controllo”, delle “57 navi in arrivo e 4,1 milioni di litri già contrattualizzati e operativi”. “Gli eventi nello Stretto di Hormuz non cambiano questo quadro. Ci saranno preoccupazioni per giugno e luglio? Certamente. Ma continueremo a gestirle e a fornire aggiornamenti”, ha detto mentre il primo ministro Anthony Albanese ha intrapreso la fase due della sua missione diplomatica in Asia, con visite (dopo quella della scorsa settimana a Singapore) in Brunei e Malesia per rafforzare le forniture di carburante e fertilizzanti.

In missione anche il ministro del Tesoro, Jim Chalmers, volato ieri a Washington per il G20 finanziario (pag. 11) che dovrà fare i conti con l’aggiornamento del World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale (Fmi) - in occasione del tradizionale appuntamento congiunto con la Banca mondiale -, che ha formalizzato il passaggio dell’economia globale da una fase di faticosa ripresa a un’altra di estrema incertezza, dominata dal “rischio della più grande crisi energetica dei tempi moderni”. 

Il Fmi ha rivisto al ribasso la crescita mondiale per il 2026: le stime ufficiali indicano 3,1%, ma la realtà, secondo molti esperti economici, è molto più veloce delle statistiche e, sebbene si ipotizzi un’espansione globale inferiore solo dello 0,2% rispetto al 3,3% indicato in precedenza, la fotografia di riferimento – spiega il capo economista dello stesso Fmi, Pierre-Olivier Gourinchas – è stata scattata un attimo prima dell’ultima escalation, che l’evoluzione quotidiana del conflitto in Iran minaccia di rendere anacronistica. La realtà è che siamo già indirizzati verso un crollo del Pil mondiale al 2%, con l’inflazione, spinta dalla crisi energetica, che potrebbe ritornare al 6%. 

Per l’Australia, le notizie che arrivano da Washington non sono decisamente buone: il Fmi ha tagliato le stime di crescita per il Paese al 2% per quest’anno e all’1,7% per il prossimo (invece che, rispettivamente, il 2,1 e il 2,2 per cento indicati precedentemente). Una frenata abbinata ad un’inflazione del 4% nel 2026 e del 3,2% nel 2027. Uno scenario che rafforza l’avviso che arriva dal Fmi di spazi di manovra estremamente limitati, in vista del budget del prossimo maggio, con un ‘no’ secco a qualunque ipotesi di allentamento fiscale. Indispensabile, secondo gli esperti del Fondo monetario, non deviare la rotta del rigore; le riserve di bilancio vanno ricostituite ora, nonostante lo shock energetico. La linea è chiara: gli aiuti a famiglie e imprese, a causa della profonda e imprevedibile crisi del Golfo, devono essere chirurgici e temporanei, senza creare nuovo debito. Chalmers non deve lasciarsi ingannare delle entrate extra che arriveranno dal rialzo dei prezzi delle materie prime perché la sfida per il Paese va oltre alla crescita: in ballo c’è la tenuta sociale di fronte a un rigore di bilancio che il Fmi considera non negoziabile. 

Una tenuta sociale e un rigore che potrebbero venire ulteriormente testati anche dalla Banca centrale, chiamata a decidere su un nuovo possibile rialzo dei tassi d’interesse una settimana prima del budget. Il vice governatore della Reserve Bank, Andrew Hauser, proprio in relazione al quadro economico dipinto dal Fmi, ha parlato di “scenario da incubo” con inflazione che aumenta e crescita che scende, il tutto accompagnato da un livello di fiducia crollato (sia per ciò che riguarda gli imprenditori che i consumatori) a livelli negativi record, i più bassi dall’inizio della pandemia.

 Chalmers, poco prima della partenza dall’aeroporto di Brisbane, ha cercato di gettare un po’ d’acqua sul fuoco del pessimismo e alle previsioni di un quasi certo addio ad un atterraggio morbido dell’economia in seguito ad una crisi che Trump non semplifica con i suoi annunci quotidiani con nuove minacce, scadenze, promesse di guerra finita, che sta per finire, ricominciare o diventare ancora più devastante. Una formula attendista costante che complica ogni decisione e previsione. 

Il ministro del Tesoro (che ha avuto un colloquio anche con la governatrice della Reserve, Michele Bullock) ha assicurato che il bilancio del 12 maggio eviterà di mettere ulteriori pressioni sull’inflazione, ma non rinuncerà ad aiutare gli australiani a far fronte alle conseguenze, ancora più gravi, che potrebbero arrivare se il conflitto in Iran non si risolverà in tempi brevi. Non ha escluso, per esempio, di estendere oltre l’annunciato 30 giugno il taglio dell’accisa sui carburanti, ma si è dichiarato d’accordo con il Fmi sulla necessità di presentare un ‘bilancio responsabile’ in fatto di risparmi e spese per non aggravare il problema dell’inflazione. Aiuti mirati, riforme da non abbandonare anche se da riaggiustare in base alle possibilità, ma soprattutto dita incrociate per una recessione da evitare e negoziati da riprendere al più presto per porre fine alla perdita di vite umane e delle distruzioni in Medio Oriente e un ritorno (che sarà comunque lungo e tortuoso) alla normalità tra e con i Paesi del Golfo. Una normalità che mette in evidenza quanto importante sia, nonostante la visione di Bowen tutta sole e vento, pensare ad una transizione energetica più realistica: che piaccia o no, infatti, l’Australia - come gran parte del mondo - resta ancora profondamente dipendente da petrolio e gas, non solo per i trasporti ma anche per interi settori produttivi. Ignorare questa realtà potrebbe esporre il Paese a nuove vulnerabilità nel breve termine. Il nodo centrale, quindi, non è scegliere tra rinnovabili e fossili, ma gestire il passaggio tra i due modelli, evitando gli estremi: né un’adesione ideologica alle rinnovabili senza considerare i limiti presenti, né un ritorno nostalgico ai fossili ignorando i rischi futuri. Serve pragmatismo, pianificazione e, soprattutto, la capacità di affrontare una transizione che sarà lunga, complessa e inevitabilmente imperfetta. L’apertura di un costruttivo dialogo con la Coalizione potrebbe decisamente aiutare la causa, togliendo la politica da un piano che dovrebbe uscire dai confini di partito, dato che riguarda indistintamente tutti per il presente e per il futuro.