WASHINGTON – La diplomazia tra Stati Uniti e Iran prova a riattivarsi dopo il fallimento dei negoziati dello scorso fine settimana a Islamabad, mentre la tensione resta altissima sul piano militare, soprattutto nello Stretto di Hormuz. 

Secondo quanto dichiarato dal presidente americano Donald Trump, nuovi colloqui potrebbero riprendere già nei prossimi giorni. “Qualcosa potrebbe accadere nei prossimi due giorni”, ha affermato ieri, lasciando intendere che i negoziati potrebbero non tenersi nuovamente in Pakistan, ma in una sede alternativa ancora da definire. 

L’ipotesi di una ripresa del dialogo arriva dopo il mancato raggiungimento di un accordo a Islamabad, dove il nodo principale è stato il programma nucleare iraniano. Washington ha proposto una sospensione di vent’anni dell’arricchimento dell’uranio, mentre Teheran si è detta disponibile a uno stop molto più limitato, tra i tre e i cinque anni.

In attesa di conoscere ulteriori dettagli sui negoziati, dalla Casa Bianca fanno sapere che il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance potrebbe assumere la guida della delegazione americana in questa seconda fase di trattative con l’Iran.

Ai colloqui dovrebbero partecipare anche figure chiave della cerchia ristretta di Donald Trump, tra cui gli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner. Un segnale che suggerisce la volontà di Washington di presentarsi nuovamente ai negoziati con una squadra di assoluta fiducia del Presidente, nel tentativo di sbloccare lo stallo diplomatico e affrontare i dossier più caldi relativi alla sicurezza regionale.

Nonostante lo stallo, si dimostra positivo il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres, definendo “altamente probabile” una riapertura delle trattative. Anche fonti diplomatiche di Paesi del Golfo, del Pakistan e dell’Iran indicano la possibilità di un nuovo round negoziale entro la settimana, pur senza una data ufficiale. 

Gli Stati Uniti, intanto, hanno abbracciato una linea dura, avviando un blocco navale contro l’Iran nella zona dello Stretto di Hormuz, dove sono stati dispiegati oltre una dozzina di navi da guerra e circa 10mila militari per impedire il traffico verso i porti iraniani.

L’operazione, guidata dal Comando centrale americano, vuole esercitare pressione su Teheran colpendo le sue principali fonti di entrata, in particolare le esportazioni di petrolio. 

“Se una qualsiasi delle ‘navi veloci’ dovesse avvicinarsi, anche solo lontanamente, al nostro blocco, verrà immediatamente eliminata, utilizzando lo stesso metodo di eliminazione che impieghiamo contro gli spacciatori sulle imbarcazioni in mare: rapido e brutale”, ha avvertito Trump.

Nelle prime 24 ore del blocco, nessuna nave ha attraversato i porti iraniani sotto il controllo statunitense, con sei navi mercantili che avrebbero invertito la rotta dopo aver ricevuto indicazioni dalle forze americane.

La situazione nello Stretto resta uno dei punti più critici: dopo gli attacchi aerei statunitensi e israeliani del 28 febbraio, l’Iran ha di fatto limitato il traffico in questo snodo strategico, fondamentale per il trasporto globale di petrolio e gas. 

I mercati finanziari globali continuano ad essere pesantemente influenzati dall’evolversi della situazione medio orientale, così come il prezzo del greggio, che rimane ai massimi storici provocando grande preoccupazione sia per le ripercussioni economiche, che energetiche.

Pechino, da parte sua, ha definito “pericoloso e irresponsabile” il blocco navale deciso dal presidente americano specificando che la decisione “non farà altro che esacerbare le tensioni e minare il già fragile accordo di cessate il fuoco, mettendo ulteriormente a repentaglio la sicurezza del passaggio attraverso lo Stretto”.

Il presidente cinese Xi Jinping ha anche annunciato di voler svolgere “un ruolo costruttivo” e, in quest’ottica, ha presentato un piano al principe ereditario di Abu Dhabi, lo sceicco Khaled bin Mohamed bin Zayed Al Nahyan, in visita a Pechino.

La proposta, in quattro punti, includerebbe: il rispetto del principio di coesistenza pacifica, del principio di sovranità nazionale, del principio dello stato di diritto internazionale e del coordinamento tra sviluppo e sicurezza.

Anche l’Europa si è attivata rispetto alla situazione nel Golfo, con un piano per favorire la libera circolazione marittima attraverso lo Stretto di Hormuz, che potrebbe non coinvolgere gli Stati Uniti, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, che parla di una coalizione tra Stati del Vecchio Continente capitanata da Regno Unito e Francia.

Il progetto, a quanto si apprende, entrerebbe in vigore soltanto a guerra terminata e attraverso un’iniziativa in tre fasi, che prevederebbe l’evacuazione delle navi bloccate, la bonifica delle mine e, infine, il pattugliamento con scorte militari. Intanto, è prevista per domani a Parigi la conferenza dei Paesi “non belligeranti” per Hormuz, un incontro a cui Washington e Tel Aviv non sono state invitate.