REYKJAVIK – L’Islanda è divisa sulla possibilità di riaprire i negoziati per l’adesione all’Unione europea. Secondo i primi risultati provvisori del referendum, con il 51,8% contro il 48,2%, il “no” sarebbe avanti di 3,6 punti rispetto al “sì”.
Restano da scrutinare soltanto una parte delle schede in due dei sei distretti elettorali islandesi, entrambi già orientati verso il “no”. Il conteggio parziale evidenzia una netta differenza territoriale: i favorevoli prevalgono nei distretti della capitale Reykjavik, mentre il “no” è avanti nelle aree rurali.
Il referendum, annunciato a marzo dal governo pro-Ue, non riguarda direttamente l’ingresso dell’Islanda nell’Unione, ma soltanto la ripresa dei negoziati con Bruxelles. In caso di vittoria del “sì”, qualsiasi accordo definitivo dovrà essere sottoposto a un secondo referendum e ottenere il consenso dei 27 Stati membri.
Reykjavik aveva già presentato domanda di adesione nel 2009, dopo la crisi finanziaria globale, ma i negoziati erano stati sospesi nel 2013 dal governo euroscettico, anche per le divergenze sulla pesca, un nodo che rimane centrale.
L’industria ittica e marittima rappresenta, infatti, quasi il 40% delle esportazioni islandesi e i contrari temono di perdere parte del controllo sulle acque nazionali con l’ingresso nella politica comune europea della pesca. A cambiare il contesto è però soprattutto la crescente instabilità geopolitica.
L’Islanda, membro della Nato, dello Spazio economico europeo e dell’area Schengen, guarda con maggiore attenzione all’Europa di fronte alla competizione nell’Artico, ai dubbi sull’impegno americano per la sicurezza del continente e alle minacce di Donald Trump di assumere il controllo della vicina Groenlandia.