KIEV – Sono proseguiti per tutto il fine settimana gli attacchi tra Mosca e Kiev, dopo il raid russo che, nel cuore della notte di sabato, ha colpito il distretto di Bucha, alle porte della capitale, provocando almeno 37 morti e oltre 40 feriti.

Volodymyr Zelensky ha infatti ammesso che uno degli obiettivi centrati era un deposito dell’esercito contenente proiettili, mine, munizioni, droni ed esplosivi, situato in un’area residenziale.

Una collocazione che il presidente ucraino ha definito “inaccettabile”, annunciando l’apertura di un’inchiesta per accertare le responsabilità.

I video circolati online mostrano una grande esplosione seguita da numerose detonazioni secondarie, proseguite per ore e accompagnate da fiamme e detriti. Una sequenza che ha contribuito ad aggravare il bilancio dell’attacco.

Zelensky ha parlato senza mezzi termini di “una situazione terribile e una grave negligenza”, arrivando a rivelare la natura militare del deposito, nonostante le autorità ucraine siano generalmente restie a fornire informazioni sui danni subiti dalle proprie installazioni.

“Coloro che hanno permesso che ciò accadesse devono essere ritenuti responsabili delle loro decisioni”, ha dichiarato.

“I regolamenti sono chiari: le munizioni non possono essere immagazzinate vicino ad abitazioni o altre zone residenziali”. Il presidente ha quindi assicurato che dalla vicenda “verranno sicuramente tratte le conclusioni appropriate”. 

Il caso rischia di alimentare ulteriormente le tensioni politiche interne, in una fase già delicata per Zelensky, alle prese con un calo di popolarità e pressioni per nuove elezioni.

A preoccupare Kiev è però soprattutto quanto potrebbe accadere nei prossimi mesi. Secondo informazioni raccolte dall’intelligence ucraina, il Cremlino avrebbe incaricato i vertici militari russi di elaborare diverse opzioni per una possibile offensiva verso Kiev e Chernihiv, nel nord dell’Ucraina.

Al momento si tratterebbe esclusivamente della pianificazione di possibili scenari e non della preparazione immediata di un’operazione. L’eventualità dell’apertura di una nuova linea del fronte settentrionale è tuttavia sufficiente ad alimentare i timori della leadership ucraina.

In questo contesto assume particolare rilievo l’incontro avvenuto a Mosca tra Vladimir Putin e il presidente bielorusso Alexander Lukashenko, arrivato in Russia per una serie di colloqui. Il leader di Minsk ha definito quello con Putin un incontro “informale” destinato a fare un bilancio dei risultati raggiunti, “e non a prendere decisioni”.

Sul tavolo sarebbe però finito anche quello che Lukashenko ha definito il “problema comune” ai confini dei due Paesi. La stretta cooperazione militare tra Russia e Bielorussia, dai trasferimenti di armamenti alle esercitazioni congiunte, comprese quelle nucleari, continua infatti ad alimentare il timore che Minsk possa essere coinvolta più direttamente nel conflitto. 

Alcuni analisti ipotizzano invece un possibile ruolo di mediazione per Lukashenko, anche alla luce del recente disgelo nei rapporti con il presidente americano Donald Trump.

Una prospettiva che si scontra, tuttavia, con una situazione sul terreno sempre più tesa. A lanciare l’allarme è stato anche il premier polacco Donald Tusk dopo un colloquio con il segretario generale della Nato Mark Rutte.

“L’escalation russa sta progredendo”, ha affermato. “I prossimi sei mesi saranno decisivi e noi dobbiamo essere preparati a diversi scenari”, ha aggiunto Tusk, avvertendo che non può essere esclusa “una provocazione da parte della Russia contro uno dei membri della Nato”.