SANTIAGO – La disputa sullo Stretto di Magellano si arricchisce di un nuovo capitolo. La nota di protesta che il Cile ha inviato all’Argentina per l’episodio della scorsa settimana punta, in realtà, a un documento più vecchio: la Direttiva di politica di difesa nazionale del 2021. Quest’utima – come ha riconosciuto lo stesso governo argentino nel 2025 – sarebbe che in contraddizione con i trattati vigenti tra i due Paesi.

La Direttiva di politica di difesa nazionale del 2021 era stata emanata durante il governo di Alberto Fernández. In uno dei suoi allegati definisce lo Stretto di Magellano e il Mare di Drake come spazi nei quali è necessario rafforzare l’esplorazione, lo studio e il controllo congiunto.

Successivamente, nel marzo 2025, con Javier Milei già al potere, la Segreteria argentina per gli Affari Internazionali della Difesa ha ammesso per iscritto, rispondendo a una richiesta dell’ambasciata cilena, che quella formulazione costituisce un errore rispetto a quanto stabilito dai trattati e ha promesso di sostituirla con una nuova direttiva.

Quel testo non è ancora stato promulgato e il decreto del 2021 resta formalmente in vigore.

La vicenda è tornata di nuovo al centro dell’attenzione nel fine settimana, quando un editoriale de La Prensa Austral (il quotidiano di Punta Arenas, capoluogo della regione dello Stretto) ha chiesto alla Cancelleria cilena di non lasciare all’Argentina ogni iniziativa sulla questione e di assumere un atteggiamento più attivo.

L’articolo chiede progressi concreti su due questioni ancora aperte: la delimitazione della piattaforma continentale magellanica e la designazione dei rappresentanti cileni negli organismi di conciliazione previsti dal Trattato di Pace e Amicizia del 1984.

Ha inoltre richiamato l’attenzione su un’asimmetria demografica che preoccupa gli abitanti della zona: la popolazione argentina a sud di Aysén è quattro volte quella cilena. La sola città di Ushuaia supera gli 84.000 abitanti, contro i poco più di novemila della Terra del Fuoco cilena.

Proprio il trattato del 1984 costituisce la base giuridica che oggi invocano entrambi i Paesi. La sua firma arrivò al termine di un negoziato iniziato in un contesto molto più teso: nel dicembre 1978 Argentina e Cile furono sull’orlo di una guerra per la sovranità delle isole Picton, Nueva e Lennox, nel Canale di Beagle, con un’invasione militare argentina, avviata e interrotta poche ore prima della sua esecuzione.

La mediazione di papa Giovanni Paolo II, iniziata proprio in quei giorni, evitò lo scontro e aprì la strada ai negoziati. L’accordo definitivo fu firmato soltanto sei anni dopo, nel novembre 1984, in Vaticano, in un momento in cui la guerra delle Malvine del 1982 – finita con la sconfitta argentina – era ancora recente e aveva contribuito alla caduta della dittatura militare e al ritorno della democrazia, con Raúl Alfonsín ormai presidente.

La rivendicazione attuale arriva appena pochi giorni dopo l’ultimo round di tensione bilaterale: alcune dichiarazioni di un alto comandante dell’Aeronautica militare argentina sulla sovranità nella zona, che hanno provocato una nota di protesta del Cile e un comunicato della Cancelleria argentina che ha ribadito la validità dei trattati del 1881 e del 1984.

Lo stesso governo argentino ha riconosciuto il retroscena dell’episodio: fonti della Casa Rosada, citate da Infobae, hanno ammesso che il polverone sollevato dalle dichiarazioni del militare è stato inutile e che tutti, nel governo, ritengono che abbia commesso un errore. Entrambi i governi hanno considerato superato l’episodio nel giro di pochi giorni, ma a Santiago sostengono che resti irrisolta la controversia di fondo, cioè la permanenza in vigore del decreto del 2021.

Non è la prima volta che la disputa riemerge. A gennaio, il capo del Servizio Idrografico Navale argentino aveva già sostenuto che l’imboccatura dello Stretto è argentina, provocando anche in quel caso una risposta da Santiago. Per buona parte della classe politica cilena, il ripetersi di questi episodi rivela una posizione istituzionale che non è stata del tutto corretta, al di là dei comunicati che cercano di abbassare la tensione ogni volta che la questione diventa di dominio pubblico.

La rivendicazione arriva, inoltre, nella stessa settimana in cui il ministro degli Esteri ha nuovamente posto la sovranità al centro del suo discorso pubblico: questa domenica, in un’intervista a La Tercera, Pérez Mackenna ha sostenuto che la difesa della sovranità è la principale priorità della Cancelleria e che su questa materia il governo non è disposto a cedere.

La questione potrebbe arrivare direttamente sul tavolo dei due presidenti: Kast e Milei si incontreranno il 3 e 4 settembre a Santiago, nell’ambito del V Incontro Regionale del Foro Madrid, con un incontro bilaterale tra le due delegazioni già in programma.