BEIRUT - Il fragile cessate il fuoco siglato il 17 aprile è ormai un lontano ricordo, travolto da una nuova e violentissima fiammata di guerra.
All’indomani della conquista della fortezza medievale di Beaufort (un’iconica rocca contesa da 900 anni che segna la più profonda incursione terrestre israeliana in territorio libanese degli ultimi 26 anni) il primo ministro Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Israel Katz hanno ordinato massicci attacchi aerei sul distretto di Dahiyeh, la roccaforte di Hezbollah nella periferia meridionale di Beirut.
La decisione formale è scattata come immediata ritorsione dopo che un drone di Hezbollah, carico di esplosivo e dotato di telecamera, ha colpito nella notte un avamposto israeliano a Yohmor, proprio nei pressi del castello di Beaufort, uccidendo un soldato delle Forze di difesa israeliane (Idf) e ferendone gravemente altri tre.
Netanyahu e Katz hanno giustificato i raid aerei sulla capitale parlando di sistematiche e ripetute violazioni della tregua da parte dell’organizzazione sciita.
I vertici militari di Tel Aviv hanno chiarito che la strategia d’ora in avanti sarà improntata alla massima intransigenza. Il ministro della Difesa Katz ha lanciato un avvertimento perentorio, spiegando che non vi sarà alcuna calma a Beirut fino a quando Hezbollah continuerà a bersagliare le città del nord di Israele, equiparando di fatto la vulnerabilità della capitale libanese a quella delle comunità israeliane di frontiera.
Parallelamente, Katz ha annunciato l’intenzione di trasformare l’intera area a sud del fiume Litani in una zona d’esclusione militarizzata, sotto il totale controllo di sicurezza dell’Idf e completamente svuotata di armamenti e miliziani.
Questo annuncio si sposa con la linea dura tracciata da Netanyahu, il quale, in un videomessaggio registrato dopo il posizionamento della bandiera israeliana sulle rovine di Beaufort, ha definito la presa della fortezza una svolta fondamentale e radicale, ordinando alle truppe di consolidare ed estendere il controllo territoriale.
Sul fronte opposto, Hezbollah ha replicato rivendicando attacchi contro le unità israeliane nei pressi del castello e lanciando razzi verso Shlomi, Nahariya e l’area di Acri, dove l’Idf ha intercettato due vettori e abbattuto un drone nemico.
Le proporzioni assunte dal conflitto, esploso lo scorso 2 marzo dopo l’assassinio della Guida Suprema iraniana per mano di Stati Uniti e Israele, hanno spinto la Francia a chiedere con urgenza una sessione straordinaria del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, in programma per oggi. Il presidente francese Emmanuel Macron ha condannato duramente l’offensiva israeliana, dichiarando che nulla può giustificare la grave escalation nel sud del Libano e invocando un’immediata cessazione delle ostilità.
Anche l’Unione Europea ha alzato la voce per bocca del portavoce per gli Affari Esteri, Anouar el Anouni, che durante un briefing a Bruxelles ha intimato a Israele di fermare le operazioni militari e di rispettare la sovranità e l’integrità territoriale del Libano. El Anouni ha ricordato che il popolo libanese non ha scelto questa guerra e sta subendo sofferenze immense, confermando la solidarietà dell’Ue attraverso l’invio di aiuti d’emergenza e sostenendo i canali diplomatici per un accordo a lungo termine.
Nel frattempo, gli Stati Uniti stanno tentando di mediare attraverso il Segretario di Stato Marco Rubio, che ha avviato febbrili contatti telefonici sia con Netanyahu sia con il presidente libanese Joseph Aoun. La proposta di Washington prevede un piano di de-escalation graduale e sequenziale: Hezbollah dovrebbe impegnarsi a interrompere per primo gli attacchi e, in cambio, Israele eviterebbe di colpire Beirut.
Tuttavia, l’attuazione del piano si scontra contro muro delle parti. Sebbene il presidente Aoun stia cercando di favorire la mediazione pur condannando la feroce e vile aggressione israeliana che devasta il sud, Hezbollah rifiuta le condizioni. Il presidente del Parlamento libanese, Nabih Berri, ha infatti contestato la sequenza Usa, affermando che spetta a Israele l’onere di cessare il fuoco per primo. Secondo fonti governative rilanciate dall’emittente israeliana Kan, Tel Aviv subordina il ritmo del proprio arretramento e il disimpegno totale dall’area di sicurezza solo ai progressi reali nel disarmo di Hezbollah da parte dell’esercito regolare libanese.
Sullo sfondo resta la minaccia di un allargamento del conflitto all’Iran, lo storico sponsor di Hezbollah. Il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Esmail Baghaei, ha ribadito la totale determinazione della Repubblica Islamica a intraprendere qualsiasi azione necessaria per sostenere la resistenza libanese di fronte all’aggressione del regime sionista, specificando che nessun accordo di pace globale con Washington potrà essere firmato senza solide garanzie per un cessate il fuoco in Libano.
Un avvertimento ancora più esplicito è arrivato dal presidente del Parlamento iraniano, Mohammed Bagher Ghalibaf, che ha minacciato Israele assicurando che pagherà un conto salatissimo e immediato per questa escalation.
Una scommessa al massacro che si consuma sulla pelle dei civili, con un bilancio umano drammatico: se Israele rivendica l’eliminazione di 900 miliziani dall’inizio della tregua formale, il ministero della Salute libanese conta oltre 3.412 vittime dall’inizio di marzo.
I canali negoziali coordinati dagli Stati Uniti rimangono faticosamente aperti, con nuove sessioni di mediazione previste per la prossima settimana, dopo i primi colloqui sulla sicurezza tenutisi venerdì scorso a Washington.