TEL AVIV - A poco più di un mese dalle cruciali elezioni del 27 ottobre in Israele, il documentario Naza, diretto dai registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, ha innescato un’ondata di dure condanne nei confronti degli autori, lasciando poco spazio alle riflessioni sulla condotta delle forze armate (Idf) durante la guerra a Gaza. AI venticinque minuti di applausi ottenuti al Festival del cinema di Venezia (dove l’opera ha vinto il premio speciale della giuria) si sono contrapposte in patria urla, contestazioni e minacce di morte indirizzate ai due cineasti. 

Alcune decine di manifestanti, tra cui noti esponenti del partito di estrema destra Otzma Yehudit, si sono radunati per più notti consecutive sotto l’abitazione dei genitori di Szor, urlando contro i “traditori” e invocandone non solo l’espulsione ma anche l’esecuzione. Dal governo di Tel Aviv è stata sollecitata la revoca della cittadinanza per i registi, ipotesi subito respinta dal presidente Isaac Herzog poiché formalmente impossibile, ma rilanciata a parole dal premier Benjamin Netanyahu.  

Contestualmente, è stata chiesta un’indagine interna per individuare le “gole profonde” tra i militari che hanno denunciato l’uso dell’intelligenza artificiale da parte dell’esercito nell’uccisione di massa di civili a Gaza. Il ministro della Cultura, Miki Zohar, si è spinto a chiedere un’inchiesta su una presunta collaborazione dei registi con Hamas. 

Sebbene non sia chiaro quale peso la pellicola potrà avere sull’elettorato in vista del voto, la coalizione di destra al potere ha sfruttato l’episodio per mettere in difficoltà il blocco dell’opposizione. Quest’ultimo, salvo rare eccezioni, si è schierato in modo compatto contro l’opera, interpretandola come un attacco diretto alle forze armate, storico tabù nello Stato ebraico. 

Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore e alla guida del primo partito nei sondaggi, ha denunciato la “presentazione di un quadro distorto e unilaterale” dei fatti, accusando i registi di “gettare un’ombra morale sui soldati che difendono il Paese”. Secondo Eisenkot, la loro scelta “rappresenta cecità morale, distacco dalla realtà e un danno allo Stato di Israele in un momento difficile”. Infine, ha ricordato che “la critica è legittima in una società democratica, ma c’è un abisso tra questa e lo screditare i nostri soldati per raccogliere applausi ai festival all’estero”. 

Parole di ferma condanna sono giunte anche da Avigdor Liberman, leader di Yisrael Beytenu, che ha accusato i registi di aver orchestrato “una campagna di diffamazione contro Israele e l’Idf”, aggiungendo che “c’è gente che, per un momento di fama e un applauso a un festival, è disposta a vendere il proprio Paese”. 

In una posizione più complessa si trova Yair Golan, leader dei Democratici ed ex vicecapo di Stato maggiore, stimato per essere intervenuto da solo il 7 ottobre traendo in salvo diversi giovani nel sud del Paese. Golan, tra i sostenitori più convinti di un’inchiesta statale sulle responsabilità per il massacro di Hamas, era già finito nell’occhio del ciclone nel maggio 2025 per le sue posizioni critiche verso l’operato dell’esercito a Gaza.  

In quell’occasione aveva affermato che “un Paese sano non combatte contro i civili, non uccide neonati per passatempo e non si pone l’obiettivo di espellere intere popolazioni”, dichiarazioni poi in parte ritrattate. Incalzato per il suo silenzio su Naza, Golan ha cercato di smarcarsi pubblicando su X la frase “Io condanno” (senza specificare l’oggetto della condanna), a corredo di un video che traccia un parallelo tra la mostra del cinema veneziana e l’attacco di Hamas. 

Nel filmato, mentre scorrono le immagini dei registi in laguna, una voce fuori campo sottolinea che “Israele è stato duramente colpito. Ci sono molte domande difficili a cui bisogna dare risposta”, per poi ironizzare su “valigie piene di denaro” e “un avvertimento”. I riferimenti richiamano le accuse rivolte al premier Netanyahu di aver avallato per anni il trasferimento di fondi dal Qatar ad Hamas e di essere stato avvisato dei piani del gruppo poco prima del 7 ottobre senza intervenire. “Vuole che parliamo di qualsiasi cosa tranne che del suo disastro”, conclude il video puntando il dito contro il primo ministro. 

La richiesta di istituire una commissione d’inchiesta statale sugli eventi del 7 ottobre rappresenta uno dei principali cavalli di battaglia del fronte anti-Netanyahu. Il premier continua opporsi con fermezza, trincerandosi da quasi tre anni dietro la necessità di rinviare ogni analisi alla fine delle ostilità e preferendo un’indagine di natura politica per evitare esiti ritenuti “predeterminati”. Come osservato da Etan Nechin, corrispondente di Haaretz a New York, dopo la visione del documentario, “sebbene la maggior parte degli israeliani chieda un’indagine sui fallimenti che hanno reso possibile il 7 ottobre, pochi sembrano disposti a esaminare i crimini commessi da allora”.