WASHINGTON - Nella notte tra giovedì e venerdì, allo scoccare della mezzanotte locale, è entrato ufficialmente in vigore un cessate il fuoco di dieci giorni tra Israele e Libano. L’annuncio, dato dal presidente Donald Trump dopo intensi colloqui con il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente libanese Joseph Aoun, rappresenta uno sviluppo diplomatico cruciale che potrebbe spianare la strada a negoziati di pace più ampi con l’Iran.
A Beirut, l’inizio della tregua è stato accolto da spari di festeggiamento nei sobborghi meridionali, nonostante il conflitto sia rimasto brutale fino all’ultimo istante: Hezbollah ha rivendicato un attacco dieci minuti prima della scadenza, mentre Israele ha proseguito i raid aerei fino a sessanta secondi dall’entrata in vigore dell’accordo.
L’accordo mediato da Washington si fonda su sei clausole specifiche destinate a cristallizzare il fronte, a partire dalla durata della tregua, iniziata il 16 aprile a mezzanotte e stabilita per dieci giorni. Il periodo potrà essere esteso qualora i negoziati mostrino progressi e il Libano dimostri di poter esercitare la propria sovranità.
Israele mantiene il diritto all’autodifesa in caso di attacco, impegnandosi però a non condurre operazioni offensive via terra, aria o mare sul territorio libanese, mentre il governo di Beirut si impegna ad adottare misure concrete per impedire a Hezbollah e altri gruppi armati di lanciare attività ostili. Le Forze di Sicurezza libanesi vengono riconosciute come le sole responsabili della difesa e della sovranità del territorio, con l’impegno di entrambe le parti a risolvere le questioni pendenti, inclusa la demarcazione definitiva dei confini terrestri.
Nonostante il silenzio delle armi, la tregua appare fragilissima. Mentre Hezbollah sembra aver cessato il fuoco, l’esercito libanese ha già denunciato violazioni israeliane con colpi di artiglieria contro alcuni villaggi del sud. Il Dipartimento di Stato statunitense ha precisato che l’accordo consentirebbe a Israele di colpire Hezbollah “a propria discrezione”, un’interpretazione respinta con forza da Beirut.
Sullo sfondo resta la complessità del controllo territoriale: Netanyahu ha già informato il suo governo che le truppe israeliane rimarranno nel Libano meridionale nonostante la tregua, e non è chiaro se gli oltre un milione di sfollati libanesi (un quinto della popolazione) potranno tornare nelle proprie case.
Inoltre, il bilancio nel Paese è drammatico: oltre 2.100 morti e lo spettro di un’occupazione israeliana permanente di vaste aree del sud. Anche la missione Unifil è stata colpita, con la morte di tre caschi blu a causa di un ordigno.
Il successo di questa tregua è considerato da Trump la chiave per chiudere la partita con l’Iran. “Penso che siamo molto vicini a un accordo”, ha dichiarato il presidente, sottolineando che un’intesa porterebbe al calo del prezzo del petrolio e dell’inflazione, evitando un “olocausto nucleare”.
Il mediatore pachistano Asim Munir, giunto a Teheran mercoledì, avrebbe ottenuto aperture inedite: l’Iran starebbe valutando per la prima volta il trasferimento all’estero di parte del suo uranio arricchito. Trump ha usato toni insolitamente distesi, dichiarando: “Abbiamo un ottimo rapporto con l’Iran ora, grazie a quattro settimane di bombardamenti e un blocco molto potente”.
Tuttavia, l’Iran resta fermo su un punto: lo Stretto di Hormuz sarà riaperto solo con un cessate il fuoco permanente e garanzie Onu. Dal Pentagono, il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha avvertito che le forze Usa sono pronte a riprendere le operazioni immediatamente in caso di fallimento dei colloqui.
Nelle prossime settimane, Trump ospiterà Netanyahu e Aoun alla Casa Bianca per consolidare la sicurezza regionale. Il tycoon ha inoltre lasciato aperta la possibilità di recarsi personalmente a Islamabad per la firma dello storico accordo con l’Iran, invitando nel frattempo Hezbollah a “comportarsi bene” per permettere alla pace di stabilizzarsi definitivamente.