TEL AVIV - Sono trascorsi tre anni dal 7 ottobre 2023, il giorno più sanguinoso della storia recente di Israele, quando l’assalto dei miliziani di Hamas contro kibbutz, città di confine e il festival musicale Nova diede il via all’operazione “Diluvio di Al-Aqsa”.
Le immagini dei 251 ostaggi (giovani, anziani, uomini, donne e bambini) trascinati a Gaza su motociclette, auto e pickup fecero il giro del mondo, mentre l’attacco causava circa 1.300 vittime.
L’assedio e i bombardamenti sulla Striscia decisi due giorni dopo dal governo di Tel Aviv contro i vertici di Hamas e i civili hanno provocato, secondo le autorità locali palestinesi, 74mila vittime.
Da poco più di un anno l’incubo dei sequestrati si è concluso con la liberazione degli ultimi 20 sopravvissuti, mentre la restituzione del corpo del ventiquattrenne Ran Gvili, avvenuta lo scorso gennaio, ha posto la parola fine a una dolorosa odissea.
Le commemorazioni si sono aperte alle 6:29 del mattino, l’ora esatta in cui tre anni prima ebbe inizio l’incursione. Sopravvissuti e familiari si sono ritrovati al Kibbutz Re’im, sul luogo del festival Nova dove vennero massacrate 378 persone e 44 furono prese in ostaggio. Proprio mentre i parenti si raccoglievano all’alba per ricordare le vittime, dal sito del raduno si sono udite forti esplosioni provenienti da oltre confine: nella stessa giornata di mercoledì 7 ottobre, infatti, Israele ha condotto nuovi raid sulla Striscia.
A Gaza City l’ospedale Al-Shifa e la protezione civile locale hanno segnalato due vittime in un attacco notturno, identificando uno dei deceduti in Mohamed Tamous, un volontario nei soccorsi d’emergenza sotto l’egida di Hamas.
Nel corso della giornata le iniziative si sono diffuse in tutto il Paese e tra le comunità ebraiche nel mondo, mentre gruppi anti-Israele all’estero hanno programmato manifestazioni di protesta. Alle 12:00 in punto, centinaia di migliaia di cittadini in oltre 500 località (coinvolgendo scuole, università, ospedali, enti locali e aziende) si sono fermati per un minuto di silenzio promosso dal “Consiglio di Ottobre”, l’organizzazione che unisce i familiari dei caduti e i sopravvissuti.
La delegazione del Consiglio si è riunita davanti alla Knesset esponendo le foto dei rapiti uccisi e sventolando bandiere israeliane per chiedere anche l’istituzione di una commissione d’inchiesta statale.
L’evento principale si terrà alle 21:15 al Parco Yarkon di Tel Aviv, curato dall’organizzazione Kumu (“Alzati”), facendo seguito alle cerimonie ufficiali di Stato svoltesi lo scorso lunedì, nella ricorrenza ebraica fissata dal governo.
Per i sopravvissuti, il rientro alla vita quotidiana resta una “enorme lotta quotidiana”, come raccontato alla Reuters dalla quarantatreenne Hagar Brodutch, che per ricostruire passo dopo passo un futuro ha iniziato a frequentare corsi di pasticceria a Tel Aviv.
Molti ex ostaggi hanno affidato alla scrittura il proprio percorso di guarigione, tra cui Eli Sharabi, Aviva Siegel, Maxim Herkin (che ha dato alle stampe il diario redatto segretamente durante i due anni di sequestro) e Bar Kupershtein. Rimanendo nelle mani di Hamas per 738 giorni, Kupershtein ha spiegato la sua filosofia di rinascita: “Preferisco affrontare le cose con umorismo e risate, essere felice con la mia famiglia e guardare avanti, non indietro”.
Altri hanno trasformato la sofferenza in denuncia internazionale: Ilana Gritzewsky si è presentata al Consiglio Onu per i Diritti Umani accusando gli aguzzini di molestie sessuali e portando i segni fisici del sequestro, tra cui la mascella e l’anca fratturate e una grave ustione alla gamba: “Non ci sono prove? Io sono la prova”.
Le ferite del 7 ottobre si riflettono direttamente sulla vita pubblica del Paese, che si avvicina alle elezioni del 27 ottobre concepite come un vero e proprio referendum sulla leadership di Benjamin Netanyahu. Almeno nove candidati tra i diversi schieramenti hanno combattuto quel giorno o hanno perso un familiare ucciso o rapito.
Nel Likud del premier figura in nona posizione (con la quasi certezza di un seggio alla Knesset) Talik Gvili, madre del poliziotto Ran Gvili, decisa a portare avanti la missione del figlio caduto per difendere il popolo d’Israele.
Sul fronte opposto, il blocco d’opposizione schiera figure di primo piano: nel partito centrista di Naftali Bennett e Yair Lapid corre Noam Tibon, il generale in congedo diventato eroe nazionale per aver guidato verso il kibbutz di Nahal Oz, radunando soldati sul campo per combattere Hamas e mettere in salvo la famiglia del figlio Amir. Con Gadi Eisenkot, ex capo di stato maggiore favorito tra le opposizioni, si è candidata Shira Shapira, madre di Aner, il giovane che perse la vita dopo aver respinto a mani nude le granate lanciate dai terroristi per proteggere i presenti nel rifugio.
Infine, la politica ha richiamato Sharon Sharabi, candidato con Yisrael Beitenu di Avigdor Lieberman con l’obiettivo di sostenere le famiglie colpite dal lutto che ritengono di essere state abbandonate dalle istituzioni. Sharon, battutosi in prima linea come portavoce dei familiari degli ostaggi, ha vissuto il dramma della perdita del fratello Yossi durante la prigionia e il ritorno del fratello Eli, liberato in gravissime condizioni fisiche dopo quasi un anno e mezzo a Gaza, dove la moglie e le due figlie adolescenti erano state uccise nell’attacco iniziale.