BRUXELLES - L’Unione Europea si prepara a compiere un passo decisivo nel sostegno all’Ucraina, con il possibile via libera a un prestito da 90 miliardi di euro.
L’annuncio, arrivato da Lussemburgo durante il Consiglio Affari esteri, riflette un nuovo clima politico a Bruxelles dopo la svolta impressa dalle elezioni in Ungheria, che potrebbe sbloccare mesi di stallo istituzionale.
A confermare le aspettative è stata l’Alta rappresentante dell’Ue per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Kaja Kallas, sottolineando l’importanza strategica dell’operazione: “L’Ucraina ha davvero bisogno di questo prestito, ed è anche un segnale che la Russia non può sopraffare l’Ucraina”.
Il sostegno finanziario, concordato già a dicembre 2025 dai capi di Stato e di governo, rappresenta uno dei pilastri della risposta europea al conflitto in corso. Il percorso per l’erogazione dei fondi è ormai alle battute finali.
Dopo l’adozione formale a febbraio del prestito e del regolamento di modifica del Fondo per l’Ucraina, resta solo l’approvazione dell’emendamento al Quadro finanziario pluriennale da parte degli ambasciatori dei Ventisette. Il voto è atteso a breve e, in caso di esito positivo, la procedura potrebbe concludersi nel giro di due o tre settimane con l’effettivo esborso delle prime tranche.
La vera novità, come detto, riguarda il cambiamento di posizione dell’Ungheria. Per mesi Budapest aveva bloccato sia il prestito sia il ventesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca, esercitando un veto che aveva rallentato l’azione europea. Ora, con la fine dell’era di Viktor Orbán alla guida del governo, si apre una finestra politica che Bruxelles intende sfruttare rapidamente.
Lo stesso Orbán ha lasciato intendere un possibile allentamento della sua posizione, legandolo però a una condizione precisa: la ripresa delle forniture di petrolio attraverso l’oleodotto Druzhba. In una lettera inviata al presidente del Consiglio europeo António Costa, l’ex premier ha chiarito che l’Ungheria non ostacolerà più il prestito una volta ripristinato il flusso energetico.
Secondo le autorità europee, questa condizione potrebbe essere soddisfatta a breve. Kiev ha infatti dichiarato di aver completato la riparazione dell’oleodotto danneggiato nei mesi scorsi, aprendo così la strada a una soluzione tecnica che potrebbe sbloccare definitivamente il dossier.
A Bruxelles, l’ottimismo è condiviso da diversi Stati membri. La ministra degli Esteri svedese Maria Malmer Stenergard ha sottolineato la necessità di “intensificare, accelerare e ampliare il sostegno all’Ucraina”, mentre il ministro lettone Artjoms Uršuļskis ha evidenziato come la mancata disponibilità della Russia a un cessate il fuoco renda indispensabile mantenere alta la pressione politica ed economica.
Il possibile sblocco del prestito si inserisce in una strategia più ampia dell’Unione Europea, che punta a rafforzare il sostegno a Kiev e a proseguire con nuove misure restrittive contro Mosca. Oltre al ventesimo pacchetto di sanzioni, infatti, si lavora già a un ventunesimo intervento, da adottare entro l’estate.
Sul terreno, intanto, il conflitto continua senza tregua, con attacchi che proseguono su entrambi i fronti, a conferma di come la situazione militare resti estremamente instabile, rendendo ancora più urgente un intervento coordinato sul piano politico ed economico. In questo contesto, il prestito da 90 miliardi assume un valore che va oltre il semplice sostegno finanziario e vuole significare, invece, un segnale di unità e determinazione da parte dell’Unione Europea.
Rimane aperta anche la questione della sospensione dell’accordo commerciale con Israele, sulla quale le divisioni tra i Paesi europei continuano a essere consistenti. “Non ho visto cambio di posizioni attorno al tavolo”, ha dichiarato l’Alta rappresentante dell’Ue per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Kaja Kallas.
Il gruppo di chi vorrebbe mandare un messaggio politico forte allo Stato ebraico per la sua condotta nei territori palestinesi annovera Spagna, Irlanda e Slovenia. Dall’altra parte, i contrari, tra cui Germania e Italia.
La posizione del governo di Roma è la seguente: “Meglio sanzionare individualmente i responsabili, penso ai coloni violenti, e rafforzare le sanzioni” contro di loro, ha chiarito il ministro degli Esteri, Antonio Tajani.
“Non credo che bloccare uno strumento commerciale sia uno strumento utile perché si va a colpire la popolazione israeliana che non ha nulla a che vedere, spesso, con i fatti che commettono i militari e vengono addossati al governo”.