Nel 1974, ai Mondiali di calcio nell’allora Germania Ovest, due debutti assoluti catturarono l’attenzione degli osservatori, anche se allora furono spesso raccontati come semplici curiosità esotiche: Haiti e lo Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo). Più di cinquant’anni dopo, il loro contemporaneo ritorno sul massimo palcoscenico globale, stavolta nell’edizione ospitata da Stati Uniti, Canada e Messico, rappresenta una delle coincidenze più simboliche, un vero e proprio scherzo del destino della storia dei Mondiali.
Ma torniamo a quel 1974, quando entrambe le nazionali arrivavano per la prima volta a disputare la fase finale di un Mondiale, ma lo facevano da mondi completamente diversi e con percorsi profondamente segnati dalla politica interna dei loro Paesi. Il risultato? Un esordio sì condiviso, ma vissuto in modo opposto: tra sogno e tragedia sportiva, tra orgoglio e strumentalizzazione.
Lo Zaire guidato dallo slavo Vidinic arrivò in Germania come una novità assoluta: era la prima nazionale dell’Africa ‘nera’ a qualificarsi a una Coppa del Mondo. Questo fatto, già di per sé storico, venne però rapidamente inglobato nella propaganda del regime del sanguinario dittatore Mobutu, che vedeva nello sport uno strumento di affermazione internazionale e di costruzione dell’identità nazionale. La squadra, soprannominata i ‘Leopardi’, più che un gruppo di giocatori era un progetto politico. Mobutu investì risorse e attenzione nella nazionale, trasformandola in un simbolo del suo regime e della sua idea di ‘autenticità africana’. Ma la realtà fu ben diversa: preparazione insufficiente, scarsa organizzazione tecnica e soprattutto una costante pressione psicologica. In più, il girone eliminatorio era a dir poco proibitivo con Scozia, Jugoslavia e Brasile.
All’esordio contro gli scozzesi, lo Zaire iniziò con entusiasmo, mostrando giocatori veloci e fisicamente esplosivi, ma completamente inesperti a livello tattico. Dopo una buona prima fase, la Scozia prese il controllo e vinse 2-0. La seconda partita è rimasta nella storia come una delle sconfitte più pesanti di sempre ai Mondiali. Il 9-0 subito dalla Jugoslavia fu una debacle in tuti i sensi: dopo il quarto gol, i ‘Leopardi’ cedettero completamente, vittime, si disse, anche delle pressioni esterne e dalle intimidazioni arrivate dall’entourage di Mobutu. La terza partita contro il Brasile è diventata iconica per un episodio che ancora oggi viene citato come una delle curiosità più famose della storia dei Mondiali. Sul 2-0 per i campioni del mondo in carica, il difensore zairese Ilunga, al fischio dell’arbitro per una punizione a favore di Rivelino, scattò dalla barriera e calciò via il pallone prima della battuta. Il gesto lasciò increduli giocatori e pubblico. Non era una protesta, ma un semplice errore dettato dalla confusione e dalla pressione del momento, ma forse anche da una comprensione non così profonda del regolamento. Il Brasile vinse ‘solo’ 3-0, ma quell’immagine rimase impressa nella memoria collettiva del calcio mondiale come simbolo d’ingenuità e di un calcio che, non è retorica, veramente non esiste più.
Dagli esotici Caraibi, come detto, Haiti arrivò ai Mondiali di Germania nello stesso anno dello Zaire e con una storia molto simile. Il Paese era guidato dalla dinastia Duvalier, altro regime autoritario segnato da instabilità politica e profonde problematiche sociali. Anche in questo caso, il calcio diventò uno strumento di rappresentazione nazionale. La qualificazione fu infatti vissuta come un evento storico per il piccolo Paese caraibico, ma la realtà tecnica della squadra era limitata nonostante la presenza di Ettore Trevisan, già collaboratore di Ferruccio Valcareggi sulla panchina dell’Italia, poi silurato alla vigilia della partenza per la Germania per lasciare spazio all’ex giocatore haitiano Tassy. Grande curiosità, altro segno dei tempi che furono, si creò attorno alla figura di Vorbe, unico giocatore dalla pelle chiara tra i 22 della rosa, frettolosamente ribattezzato il ‘Rivera dei Caraibi’, e a Francillon, il portiere acrobata. Inserita in un girone con Italia, Polonia e Argentina, non propriamente agevole, ma ai tempi era normale visto che alla fase finale vi arrivavano solo 16 nazionali, Haiti era considerata poco meno che una comparsa nel’ambito del torneo.
Il debutto contro gli azzurri, tra i favoriti del torneo, sembrava destinato a essere una semplice formalità. E in parte lo fu, ma con una svolta simbolica importante. L’Italia vinse 3-1, ma al 46’ accadde qualcosa che entrò nella storia: Sanon che poi troverà un ingaggio proprio in terra tedesca, segnò il gol che interruppe la leggendaria imbattibilità di Dino Zoff, portiere azzurro che non subiva reti da 1.142 minuti. Nonostante la sconfitta, quel gol rappresentò una sorta di consacrazione simbolica: anche una piccola nazionale poteva lasciare il segno contro una delle difese più forti del mondo.
La seconda partita contro la Polonia fu un brusco ritorno alla realtà. La differenza fisica, tecnica e organizzativa emerse in modo netto. La Polonia, che alla fine si rivelerà una delle squadre più forti del torneo, travolse i rossoneri con un 7-0 senza appello. E contro l’Argentina, nell’ultima partita del gruppo eliminatorio, arrivò un’altra sconfitta, ma ancora Sanon trovò la via del gol, confermandosi come il volto di quella nazionale. I sudamericani vinsero 4-1, ma Haiti uscì dal torneo con due gol segnati e con una piccola, ma significativa, eredità: quella di una squadra capace di segnare contro due delle potenze calcistiche mondiali.
Ora Haiti e Rapubblica Democratica del Congo si preparano a tornare sotto gli occhi del mondo nel continente americano dove i caraibici si troveranno di fronte proprio due avversarie dello Zaire in quel lontano 1974, Brasile e Scozia, oltre al Marocco, e agli africani sono toccate in sorte Portogallo, Uzbekistan e Colombia. Mentre tra i collezionisti non si è mai interrotta da allora la caccia alla leggendaria squadra del Subbuteo dipinta con i colori dello Zaire, verde, giallo e rosso, per ritornare per un attimo a vivere un calcio diverso e ingenuo, ma sicuramente indimenticabile.