HOBART – Il Parlamento della Tasmania dovrà stabilire se un nuovo sistema di divulgazione sui condannati per reati sessuali possa rafforzare la protezione dei bambini senza trasferire sulle famiglie compiti che spettano alle autorità.

L’inchiesta parlamentare ha ascoltato oggi Denise e Bruce Morcombe, genitori di Daniel, il tredicenne della Sunshine Coast rapito e ucciso nel 2003 da un uomo già condannato due volte per atti di pedofilia. La loro campagna mira a estendere a tutta l’Australia la legge che porta il nome del figlio.

Il Queensland ha introdotto la Daniel’s Law otto mesi fa. Il provvedimento consente di consultare un registro pubblico e di presentare richieste alla polizia per conoscere l’eventuale presenza di condannati in una determinata area.

Secondo Denise Morcombe, nei primi sei mesi il sito ha ricevuto oltre 381mila visite e più di 44mila domande di ricerca per località. Tre persone iscritte nel registro sono state poi incriminate per presunte violazioni degli obblighi imposti.

La madre di Daniel ha inoltre riferito che non si è verificato l’aumento degli atti di giustizia privata temuto da alcuni oppositori e che l’identità delle vittime è rimasta tutelata.

Il progetto del governo della Tasmania consentirebbe a un genitore o a un tutore di chiedere se una persona che trascorre regolarmente tempo da sola con un bambino compaia nel registro dei condannati per reati sessuali. La polizia riceverebbe anche strumenti più ampi per sorvegliarne le attività online e nella comunità.

Due servizi specializzati nell’assistenza alle vittime hanno però espresso riserve.

La Laurel House si oppone a un regime di divulgazione pubblica, sostenendo che le prove disponibili non dimostrano una riduzione della recidiva né una maggiore sicurezza per i minori. L’organizzazione ritiene inoltre che simili strumenti inducano le famiglie a concentrarsi sugli sconosciuti, mentre gli abusi sono spesso commessi da persone già note alle vittime.

“Nella maggior parte dei casi, gli autori non sono iscritti nei registri e hanno un rapporto preesistente con chi subisce la violenza”, ha scritto il servizio nella propria nota.

Un altro punto riguarda la responsabilità penale di chi diffondesse a terzi informazioni ricevute dalla polizia.

Il Sexual Assault Support Service ha assunto una posizione meno netta, ma ha chiesto al governo di spiegare perché sia necessario un nuovo percorso basato su richieste individuali, dato che la legislazione vigente permette già di ottenere alcune informazioni.

La disciplina del Queensland riprende il modello a tre livelli adottato nel Western Australia, aggiungendo sanzioni più severe e criteri di accesso più chiari.

La commissione dovrà presentare la propria relazione entro il 27 ottobre. Il nodo centrale resta se la maggiore disponibilità di informazioni possa prevenire nuovi reati o se rischi, invece, di offrire alle famiglie un senso di sicurezza incompleto.