LA PAZ – Contro ogni pronostico e senza figurare tra i favoriti nei sondaggi, la formula composta da Rodrigo Paz Pereira ed Edman “Capitán” Lara si è imposta come la più votata al primo turno delle elezioni presidenziali boliviane, segnando la fine di un ciclo politico di oltre due decenni di egemonia del Movimiento al Socialismo (Mas).
La coppia competerà in un ballottaggio storico il prossimo 19 ottobre, contro l’ex presidente (tra il 2001 e il 2002) Jorge “Tuto” Quiroga.
Per la politologa e analista boliviana Natalia Aparicio, l’irruzione di Paz e, soprattutto, di Lara, rappresenta una risposta diretta alla stanchezza di una cittadinanza soffocata dalla crisi economica, dalla polarizzazione politica e dalla corruzione.
“Quello che non abbiamo visto nei sondaggi e non siamo riusciti a interpretare era che la gente chiedeva un cambiamento radicale”, spiega. E questo cambiamento, secondo l’analista, non è incarnato tanto in Paz – un politico con esperienza, ex sindaco di Tarija – quanto nella figura dirompente di Edman Lara.
Chi è Edman Lara?
Nato a Cochabamba e residente a Santa Cruz, Lara è stato capitano della Polizia Boliviana fino al 2023, quando denunciò pubblicamente pratiche di corruzione all’interno dell’istituzione. Quella crociata lo escluse dalle forze dell’ordine, ma lo trasformò in un punto di riferimento popolare, soprattutto tra i settori più colpiti dal deterioramento dello Stato.
Attraverso i suoi social, dove si è affermato come una sorta di “influencer anticorruzione”, ha costruito una comunità digitale che ha poi portato sul territorio durante la campagna.
“È una star di TikTok, ma ha anche girato il Paese, senza struttura né soldi, con un messaggio diretto ed emozionale”, dice Aparicio.
Il momento di svolta nella campagna di Paz è stato proprio l’ingresso di Lara come suo candidato vicepresidente.
La sua narrativa “anticasta”, il suo discorso religioso – allineato con l’ascesa evangelica nel paese – e il suo slogan “Bolivia in piedi, mai in ginocchio” hanno risuonato in particolare a El Alto, l’ex sobborgo della capitale diventato un municipio a se stante (la seconda città della Bolivia).
Questa città è un simbolo storico di resistenza antineoliberale dagli anni ’90 e della cosiddetta “Guerra del gas” del 2003, conflitto che bloccò le politiche neoliberiste applicate dal decennio precedente e sostenute durante la breve presidenza di Jorge Quiroga, durata un anno.
Oggi, questo bastione delle classi popolari si sente orfano di rappresentanza e ha trovato in quel messaggio una risposta.
Cosa rappresenta la formula Paz-Lara?
Secondo Aparicio, cinque fattori spiegano l’ascesa sorprendente:
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La “stanchezza” di una parte della società verso la “vecchia politica”: sia della sinistra del Mas sia della destra tradizionale.
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Lotta alla corruzione: con Lara come emblema morale di fronte a una polizia screditata.
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Un settore popolare “orfano”, che ha trovato nella formula un’alternativa al dilemma tra Mas e destra storica.
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Un lavoro di costruzione di comunità organico sia sui social che sul territorio: con Lara come fenomeno virale e protagonista nelle visite a paesi, mercati e aree rurali.
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Religione e morale popolare: in un paese in cui oltre l’80% si considera religioso, il discorso evangelico di Lara ha trovato terreno fertile.
Paz, dal canto suo, rappresenta un centrodestra “progressista”, secondo l’analista, con proposte come la legalizzazione della marijuana e un’“Agenda 50/50” che cerca di distribuire equamente il bilancio nazionale tra governo centrale e governi subnazionali.
“Il suo slogan ‘Capitalismo per tutti’ segna distanza dal ‘socialismo duro’ del Mas”, senza però abbracciare del tutto le politiche ultraliberali del suo avversario Quiroga, sottolinea Aparicio.
L’economia come sfondo
Le elezioni si svolgono in un contesto economico critico: scarsità di dollari, inflazione oltre il 16%, carenza di carburanti e code interminabili ai distributori. Le riserve internazionali sono scese a livelli allarmanti e il sussidio agli idrocarburi è diventato insostenibile.
Di fronte a questo scenario, Paz propone di eliminare gli ostacoli burocratici, decentrare la spesa pubblica ed evitare di ricorrere al Fmi. Quiroga, invece, non esclude di rivolgersi all’organismo internazionale per stabilizzare l’economia, mentre promuove una riforma drastica dello Stato e una riduzione fiscale.
Il Mas e l’implosione della sinistra
I risultati di domenica hanno visto la sua peggiore performance elettorale del Mas degli ultimi due decenni. Eduardo del Castillo, il suo principale candidato, ha appena superato il 3%.
Nel frattempo, l’appello al voto nullo lanciato da Evo Morales – che ha abbandonato il partito da lui fondato all’inizio dell’anno, dopo tensioni con l’attuale presidente boliviano Luis Arce e non è riuscito a presentare la sua candidatura a causa dell’interdizione a ricandidarsi per la seconda volta da parte del Tribunale supremo elettorale (Tse) – ha raggiunto il 19% del totale dei voti, circa mezzo milione di schede.
Anche se non conteggiati ufficialmente, rappresentano una parte importante dell’elettorato. Per Aparicio sono politicamente rilevanti, “sufficienti a incendiare le strade”.
L’analista li considera un “voto di vendetta, diretto a punire gli ex alleati di Evo, come Andrónico Rodríguez (ex presidente del Senato e candidato presidenziale dell’Alianza Popular) e Eduardo Del Castillo (l’ex ministro del governo candidato alla presidenza per il MAS)”.
Gli scenari futuri
Il nuovo governo dovrà affrontare importanti sfide: stabilizzare l’economia, recuperare la fiducia istituzionale e, soprattutto, garantire governabilità “tanto nell’Assemblea Legislativa quanto nelle strade, ma soprattutto nelle strade – afferma Aparicio –. Perché la Bolivia è un Paese che si definisce nelle strade”.
Mentre la coppia vincitrice si prepara al ballottaggio, la sinistra boliviana sprofonda in una crisi d’identità senza precedenti. “È sconfitta”, sentenzia Aparicio.
La domanda non è più quando tornerà al potere, ma se riuscirà a ricomporsi o si frantumerà in maniera permanente.