TEHERAN - La strategia della “Furia Economica” applicata da Washington sta lasciando il regime di Teheran alla disperata ricerca di liquidità. A confermarlo è il segretario al Tesoro statunitense, Scott Bessent, commentando le ultime sanzioni che hanno colpito direttamente la Persian Gulf Strait Authority (Pgsa), il nuovo ente istituito a inizio mese dall’Iran per la gestione dello Stretto di Hormuz.
Questo provvedimento stringe ulteriormente il cappio attorno a una Repubblica Islamica già fragile: a inizio anno il Paese è stato teatro di imponenti proteste, alimentate dalla rabbia della popolazione per l’impennata dei prezzi, e oggi la morsa del blocco navale statunitense rischia di esasperare una situazione interna già esplosiva.
I dubbi sulla reale capacità di resistenza economica dell’Iran si fanno sempre più pressanti. Come evidenziato dal Wall Street Journal, i ricercatori di Capital Economics stimano che le riserve in valuta estera attualmente disponibili nelle casse di Teheran siano sufficienti a coprire non più di tre mesi di importazioni ai livelli pre-guerra. Questo scenario lascia i vertici iraniani con pochissime alternative se le entrate petrolifere dovessero rimanere congelate a causa del blocco, aumentando in modo esponenziale il rischio di nuove e violente rivolte di piazza.
Per gli analisti, il regime si trova davanti a un bivio drammatico: da un lato deve valutare il prezzo di sopportare immani difficoltà economiche pur di raggiungere i propri obiettivi militari e geopolitici, dall’altro deve fare i conti con la minaccia concreta che il collasso del sistema produttivo alimenti l’instabilità interna.
I segnali di cedimento strutturale sono ormai evidenti e ammessi persino dalle istituzioni locali. Il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, ha riconosciuto le crescenti difficoltà nell’esportazione di petrolio, tanto che la popolazione è stata ufficialmente invitata a razionare il carburante e a ridurre drasticamente i consumi di acqua ed elettricità. Davanti alla Camera di commercio di Teheran, lo stesso Pezeshkian ha dichiarato apertamente che il terreno principale di scontro con l’Occidente si è ormai spostato sulla stabilità finanziaria.
Nelle ultime settimane, infatti, i prezzi dei generi alimentari di prima necessità come riso, carne, pane e formaggio sono schizzati alle stelle, mentre la valuta nazionale è crollata ai minimi storici e oltre un milione di cittadini ha perso il lavoro. Secondo gli analisti della Bourse & Bazaar Foundation, sebbene il danno economico stia peggiorando di giorno in giorno, l’Iran è riuscito finora a esternalizzare parte di questa sofferenza nel corso del conflitto, ma una traiettoria prolungata renderebbe qualsiasi futura ripresa quasi impossibile.
In questo contesto, il blocco navale imposto dagli Stati Uniti a partire dal 13 aprile rappresenta la vera spina nel fianco per Teheran. Via mare l’Iran esportava non solo gas e prodotti petrolchimici, ma soprattutto l’80% del suo greggio totale.
Un’analisi riservata della Cia, trapelata a inizio mese, stimava che il Paese potesse resistere al blocco per circa tre o quattro mesi prima di subire un tracollo irreversibile, e quel tempo sta per scadere. Fonti diplomatiche arabe e iraniane confermano che, nonostante l’ala più intransigente del regime non sia incline a fare concessioni nei colloqui di pace, Teheran ha un disperato bisogno di aiuti.
Se inizialmente l’economia aveva retto l’impatto del conflitto, l’intervento della Marina Usa nei terminal iraniani ha cambiato i rapporti di forza. L’obiettivo iniziale dell’amministrazione Trump resta un accordo-ponte per la riapertura dello Stretto di Hormuz in cambio dell’allentamento del blocco navale, una tregua tecnica che concederebbe ai negoziatori il tempo necessario per affrontare i nodi più complessi del programma nucleare.
Ma la clessidra corre velocemente, e come ammesso da un funzionario iraniano, Teheran non può permettersi una guerra infinita perché il nazionalismo, da solo, può funzionare solo fino a un certo punto.