Napoli è sempre stata porto e crocevia. Città di approdi e partenze, di lingue che si mescolano nei vicoli e di artisti che hanno fatto viaggiare la loro arte ben oltre il golfo. Nell’Ottocento era un laboratorio cosmopolita: si sperimentavano nuovi linguaggi, s’intrecciavano tradizioni, e l’Accademia di Belle Arti, fondata nel 1752, formava generazioni di pittori e scultori destinati a lasciare tracce profonde non solo in Italia ma in tutta Europa.

Tra loro Antonio Salvatore Dattilo-Rubbo. che alla fine del XIX secolo lasciò Napoli per l’Australia, portando con sé l’eredità dei maestri Morelli e Palizzi. A Sydney e a Melbourne introdusse lo spirito del realismo napoletano, fondò una scuola e formò allievi destinati a diventare protagonisti della scena artistica australiana. Con il suo insegnamento contribuì anche a gettare le basi per lo sviluppo del modernismo, aprendo ai suoi studenti nuove prospettive sul colore e sulla composizione. La sua figura rimase per decenni un punto di riferimento, simbolo di come l’arte napoletana potesse radicarsi anche a migliaia di chilometri di distanza.

Su questa memoria si è innestata la missione della delegazione dell’Accademia di Belle Arti di Napoli (ABANA), giunta in Australia per riscoprire Dattilo-Rubbo e avviare nuove collaborazioni, formata da Federica De Rosa, professoressa di Storia dell’arte contemporanea e Beni culturali, delegata al patrimonio ABANA;
Fabio dell’Aversana, professore di Diritto delle arti e dello spettacolo, delegato alla ricerca ABANA;
Luigi Barletta, professore di Cinematografia, coordinatore del corso di cinema ABANA.

De Rosa ha ricostruito negli archivi la formazione di Dattilo-Rubbo e ha curato il catalogo della mostra: “Abbiamo scoperto che ogni anno riceveva premi e menzioni. Ma quello che conta non è solo la carriera di Dattilo-Rubbo: è la storia di un’istituzione che ha saputo formare artisti capaci di portare la loro arte in tutto il mondo”. “Esporre qui opere arrivate dall’Italia significa intrecciare di nuovo quelle traiettorie, mostrare che la tradizione napoletana non è mai stata chiusa in sé stessa, ma aperta al dialogo internazionale”. ha aggiunto De Rosa, sottolineando poi come “durante la pandemia l’Accademia ha maturato la consapevolezza di dover formalizzare questa eredità e renderla accessibile, perché solo così il nostro patrimonio può continuare a dialogare con il presente e con altre culture”.

Dell’Aversana ha seguito le procedure complesse che hanno reso possibile il prestito delle opere arrivate da Napoli alla Manly Art Gallery: La Primavera di Filippo Palizzi (Fondazione Cariplo), l’Autoritratto di Francesco Paolo Michetti, il Ritratto di donna di Vincenzo Migliaro e il Ritratto del pittore Migliaro di Gaetano Esposito (questi ultimi dalle collezioni di Intesa Sanpaolo e delle Gallerie d’Italia).

“Il trasferimento di un’opera non è mai un semplice trasporto. Servono autorizzazioni ministeriali, coperture assicurative, condizioni di conservazione rigorose. Anche per un bozzetto o un semplice dipinto bisogna garantire che arrivi in sicurezza. Portare qui parte di quell’eredità napoletana non è stato semplice, ma ha dato alla mostra un valore unico”.

Ma per dell’Aversana la sfida è soprattutto futura: “Questa esperienza non riguarda solo la memoria. Siamo venuti qui perché vogliamo costruire una rete di collaborazioni con l’Australia, partendo dai dottorati di ricerca”. 

È in quest’ottica, infatti, che la delegazione ha incontrato tre istituzioni accademiche: la Griffith University di Brisbane, con il suo approccio laboratoriale; la National Art School di Sydney (NAS), dove il confronto con studenti e docenti ha mostrato l’interesse per progetti comuni; e infine la University of Sydney, con cui si è discusso di collaborazioni a livello di PhD. “Siamo quasi certi di essere i primi a creare un legame organico con questo Paese - ha sottolineato – è un’occasione storica che vogliamo consolidare”.

Il linguaggio audiovisivo è stato il contributo di Barletta, docente di cinema e regista. Alla Manly Art Gallery, su richiesta della direttrice Josephine Bennett, ha realizzato un mini documentario su Dattilo-Rubbo, proiettato come introduzione alla mostra, mentre al Forum di Leichhardt ha presentato il ‘mockumentary’ Il toro del Pallonetto - La vera storia di Joe Esposito. Barletta ha spiegato che con Il toro del Pallonetto ha voluto giocare sui confini tra realtà e finzione, mostrando come un linguaggio audiovisivo possa manipolare i fatti tanto quanto restituirli. “È un lavoro che interroga lo spettatore: fino a che punto crediamo a ciò che vediamo sullo schermo? Con il documentario ho invece voluto restituire la verità di Dattilo-Rubbo. Presentarli entrambi qui, davanti a un pubblico australiano che conosce Dattilo-Rubbo come figura locale, è stato un modo per restituirgli la sua identità napoletana e al tempo stesso universale. E il calore della sala ci ha fatto capire quanto questo dialogo fosse atteso”. 

Alla domanda su quale possa essere il futuro del documentario come strumento di divulgazione culturale in un mondo sempre più segnato da immagini costruite e realtà virtuali, Barletta ha risposto senza esitazioni: “Noi italiani siamo diventati una delle cinematografie più importanti al mondo quando abbiamo raccontato la realtà”. Ha poi proseguito citando Roberto Rossellini e il neorealismo: “Opere come Paisà o Roma città aperta hanno saputo parlare al mondo proprio perché mostravano il vero, anche se in forma di finzione. È per questo che sono convinto che il documentario avrà sempre lunga vita, soprattutto in un’epoca in cui siamo immersi in un mondo tanto posticcio: lo spettatore cercherà sempre storie vere, che raccontano problemi reali”.

Un altro momento centrale è stato l’incontro all’Istituto Italiano di Cultura di Sydney, nell’ambito della rassegna Traces of Italy: Legacies of Italians Shaping Australia’s Cultural Landscape. In collaborazione con il consolato generale, l’evento ha celebrato l’eredità di Dattilo-Rubbo. Accanto alla professoressa De Rosa, che ha raccontato gli anni formativi dell’artista a Napoli, è intervenuta Bennett, direttrice del Manly Art Gallery & Museum, che ha riflettuto sulla sua eredità italiana e sulla filosofia didattica che ha lasciato un’impronta duratura nell’arte australiana. 

Dietro a tutto questo c’è la visione del console generale d’Italia a Sydney, Gianluca Rubagotti. È stato lui a intuire la forza di un progetto che unisse ricerca storica, memoria e diplomazia culturale. Si è recato a Napoli all’Accademia di Belle Arti, favorito i contatti, riacceso l’attenzione su Dattilo-Rubbo e accompagnato la delegazione passo dopo passo. La sua visione ha trasformato un’idea in realtà, rendendo questa visita dell’ABANA un esempio concreto di diplomazia culturale.

“Studiare artisti come Dattilo-Rubbo significa riscoprire che la nostra identità è sempre stata intrecciata con l’altrove”, ha ricorda De Rosa. E a Sydney, in una sala gremita, questo intreccio ha trovato nuova vita. Non solo memoria, ma promessa di futuro.