ROMA - Per comprendere le dinamiche dei grandi conflitti contemporanei, occorre riaprire l’atlante e focalizzare l’attenzione sul Mar Caspio. Grande quanto uno Stato, chiuso alle flotte occidentali ma attraversato da alcune delle rotte più strategiche della guerra globale, questo bacino ricchissimo di giacimenti di petrolio e gas (con Baku affermata già nell’Ottocento come uno dei primi centri petroliferi industriali del mondo) è rimasto a lungo ai margini dell’interesse dell’Occidente dopo la fine della Guerra Fredda. Oggi, tuttavia, la sua geografia si è trasformata nel retroporto dell’alleanza tra Russia e Iran. 

Le recenti tensioni ne testimoniano la crescente centralità: il 25 luglio l’Iran ha accusato l’Ucraina di aver colpito una sua nave commerciale, causando la morte di un marinaio e il ferimento di un altro. Volodymyr Zelensky ha confermato che le forze di Kiev avevano attaccato nel Caspio un’unità militare russa e navigli impiegati nel trasporto di carichi legati a Teheran. L’episodio ha spinto il governo iraniano a convocare il rappresentante diplomatico ucraino e a minacciare ritorsioni. 

Secondo quanto riportato dal New York Times, all’interno del regime iraniano è stata persino valutata la possibilità di una rappresaglia “simbolica” tramite il lancio di un missile balistico contro un porto ucraino sul Mar Nero; l’ipotesi è stata in seguito accantonata a seguito di contatti diplomatici tra Teheran e Kiev. Sebbene questo non significhi l’ingresso formale dell’Iran nel conflitto contro l’Ucraina, l’avvenimento dimostra quanto sia diventato sottile il confine tra i diversi teatri di guerra. 

Il Caspio è ormai pienamente integrato nelle due guerre “globali” in quanto sintetizza quattro fattori chiave: la logistica militare, l’aggiramento delle sanzioni internazionali, la condivisione di tecnologie e intelligence, e la competizione per il controllo delle grandi rotte commerciali eurasiatiche. 

La principale peculiarità del Caspio risiede nella sua stessa conformazione geografica: privo di uno sbocco naturale verso gli oceani, il bacino è condiviso da Russia, Iran, Azerbaijan, Kazakhstan e Turkmenistan. Ciononostante, non è completamente isolato dal sistema marittimo globale: attraverso il fiume Volga e la rete di canali russi, le imbarcazioni di dimensioni adeguate possono raggiungere il Mar d’Azov, il Mar Nero e il Mar Baltico. 

A blindare l’area sotto il profilo geopolitico contribuisce la Convenzione firmata nel 2018 dai cinque Paesi rivieraschi, che vieta espressamente la presenza militare di Stati terzi, precludendo l’accesso alle navi statunitensi, israeliane ed europee. Questa norma, fortemente voluta da Mosca e Teheran, ha trasformato lo specchio d’acqua in una zona sottratta alla superiorità navale occidentale e dominata militarmente dalla Russia. 

La sicurezza del bacino è apparsa tuttavia relativa fin dal principio. Già nell’ottobre 2015 la Russia lanciò dal Caspio 26 missili da crociera Kalibr contro obiettivi situati in Siria, dimostrando la capacità di impiegare quest’area periferica come piattaforma d’attacco a migliaia di chilometri di distanza. A partire dal 2022, sia i bombardieri operanti nell’area caspica sia le unità della Flottiglia del Caspio sono stati impiegati nella campagna militare contro l’Ucraina. 

Se in precedenza il Caspio agiva come retrovia e piattaforma per le operazioni russe, la svolta del 2026 risiede nel fatto che anche gli avversari di Mosca e Teheran hanno iniziato a condurre azioni dirette all’interno dell’area. 

All’indomani dell’invasione dell’Ucraina, il Caspio si è consolidato come il principale canale d’intesa tra le industrie militari iraniana e russa. Le imbarcazioni partivano dai porti iraniani di Amirabad e Bandar Anzali per sbarcare a Makhachkala, Astrakhan o Olya, trasportando droni, munizioni e componenti diretti via terra verso le fabbriche russe o il fronte. Come evidenziato dal think tank Rusi, questo collegamento costituisce un nodo fondamentale della cooperazione strategica tra le due nazioni, rimasto centrale anche dopo l’avvio della produzione autonoma russa di droni di derivazione Shahed. 

Nel tempo, il flusso merci si è strutturato in entrambe le direzioni. A seguito dei bombardamenti statunitensi e israeliani contro l’Iran, Mosca ha iniziato a inviare via mare componenti per droni, materiali industriali e aiuti per la ricostruzione delle capacità militari iraniane. La via caspica permette inoltre di movimentare merci che, in condizioni ordinarie, transiterebbero per il Golfo e lo Stretto di Hormuz, divenuti teatri di blocchi e controlli navali. 

In questa rete si inseriscono anche gli assetti internazionali. Secondo quanto svelato da Reuters, è stato siglato un accordo per la fornitura all’Iran di circa 400 sistemi antiaerei portatili Qw-12 e Fn-16 (per un valore stimato tra i 60 e i 70 milioni di dollari) mediante una società intermediaria con sede a Hong Kong. Nonostante Pechino abbia definito infondata la ricostruzione e le fonti abbiano indicato che le prime consegne avverranno via terra tra Cina occidentale e Pakistan, l’episodio evidenzia come il riarmo iraniano sia inserito in una rete eurasiatica più vasta, nella quale il Caspio funge da raccordo diretto con la Russia. 

Il passaggio cruciale verso la vulnerabilità del bacino si è verificato il 18 marzo, quando Israele ha colpito per la prima volta le installazioni navali iraniane di Bandar-e-Anzali lungo la costa caspica, in un’operazione che l’esercito israeliano ha descritto come mirata contro infrastrutture, cantieri e unità della Marina di Teheran. 

Da parte sua, l’Ucraina aveva già dato prova di poter raggiungere l’area: nel novembre 2024 ha attaccato la base russa di Kaspiysk, in Daghestan, colpendo successivamente il porto di Olya, navi sottoposte a sanzioni, infrastrutture petrolifere e unità della Flottiglia russa. Nel 2025, infine, i droni di Kiev hanno raggiunto le piattaforme energetiche russe nel Caspio, situate ad almeno 700 chilometri dal confine ucraino. 

L’impiego dei droni a lungo raggio ha profondamente ridefinito i vincoli geografici. Se in passato il valore strategico del Caspio dipendeva dall’inaccessibilità per le flotte occidentali, l’attuale tecnologia militare permette di condurre attacchi a centinaia di chilometri di distanza tramite intelligence satellitare, rotte programmate e velivoli senza equipaggio. 

Come dimostrato da Kiev nel Mar Nero, una potenza priva di una grande flotta navale può limitare l’operatività di una marina superiore facendo ricorso a missili costieri e droni. Come osservato da Luke Coffey, analista dell’Hudson Institute, l’applicazione di questa medesima logica al Caspio rischia di rendere il traffico militare tra Russia e Iran progressivamente più complesso e oneroso. 

Pur in assenza di un’alleanza formale strutturata o di un trattato difensivo comparabile alla Nato tra Russia, Iran, Cina e Corea del Nord (Paesi i cui rapporti rimangono condizionati da reciproche diffidenze e valutazioni d’opportunità), la convergenza operativa si realizza attraverso la condivisione di risorse, componenti e dati tattici. 

L’evoluzione tecnologica dei droni Shahed ne è un esempio: originariamente forniti dall’Iran, sono stati modificati e prodotti su scala industriale dalla Russia per l’impiego nelle città ucraine, per poi restituire a Teheran l’esperienza maturata sul campo. Secondo il Wall Street Journal, Mosca avrebbe fornito all’Iran immagini satellitari, aggiornamenti tecnologici per i velivoli e indicazioni tattiche derivate dal conflitto in Europa. Zelensky ha inoltre accusato la Russia di aver monitorato via satellite le basi statunitensi in Bahrain, Giordania e Kuwait prima e dopo gli attacchi iraniani. 

Parallelamente, si registrano forme di cooperazione sul fronte opposto. L’Ucraina mette a disposizione dei Paesi mediorientali il know-how acquisito nell’intercettazione dei droni di fabbricazione iraniana, mentre Israele dispone di capacità satellitari e conoscenze informative sull’apparato militare di Teheran utili a Kiev per individuare i traffici nel Caspio. Pur in assenza di conferme ufficiali sul supporto israeliano nel recente attacco ucraino, gli esperti giudicano plausibile una forma di collaborazione, mentre il colloquio tra Netanyahu e Zelensky a Washington ha riportato l’attenzione sullo scambio di competenze legate alla guerra con i droni. 

Al di là della dimensione strettamente militare, il Mar Caspio rappresenta il perno dell’International North-South Transport Corridor (INSTC), un’infrastruttura di oltre 7.000 chilometri progettata per collegare Russia, Caspio, Iran, Golfo Persico e India. 

Per la Russia, tagliata fuori dai mercati occidentali a partire dal 2022, la direttrice iraniana costituisce la principale via d’accesso verso l’Oceano Indiano; per l’Iran, la rotta assicura i collegamenti con la Russia e l’Asia centrale riducendo la dipendenza dallo Stretto di Hormuz. L’intera rete si configura dunque come un’infrastruttura pensata per garantire i flussi commerciali all’interno di un sistema economico soggetto a sanzioni. 

La centralità del Caspio si è accentuata con la progressiva insicurezza dei passaggi marittimi tradizionali, con il Mar Nero divenuto teatro di scontro diretto contro navi, porti e terminal merci, il Mar Rosso e lo Stretto di Bab el-Mandeb condizionati dalle operazioni degli Houthi e lo Stretto di Hormuz che rimane esposto alle tensioni tra Iran e Stati Uniti. 

In questo contesto si manifesta la competizione tra due progetti infrastrutturali alternativi: da un lato l’asse nord-sud russo-iraniano diretto verso il Golfo e l’India; dall’altro il Middle Corridor, promosso da Kazakhstan, Azerbaijan, Turchia, Unione Europea e Cina, formulato per attraversare il Caspio e il Caucaso evitando sia il territorio russo sia quello iraniano (con la Banca Mondiale che stima un possibile triplicamento dei volumi commerciali lungo questa direttrice entro il 2030).  

La partita geopolitica sul Mar Caspio si definisce quindi anche come una contesa per il controllo delle future rotte di approvvigionamento di energia, materie prime e merci tra Asia ed Europa.