CHARLEROI - Devo confessare che ciò che è accaduto quest’anno durante la cerimonia di commemorazione del settantesimo anniversario della tragedia di Marcinelle mi ha lasciato una sensazione di amarezza. Non tanto per il dissenso politico in sé, che considero legittimo e che fa parte della dialettica democratica, quanto per il luogo, il momento e il significato della giornata nella quale quel dissenso è stato manifestato.

Lo dico con chiarezza proprio per evitare qualsiasi equivoco: questa non è una riflessione politica e non vuole esserlo, così come non vuole essere una difesa di una parte o un attacco all’altra. Non mi interessa, in questa occasione, stabilire (né è di mia competenza farlo) chi abbia ragione politicamente, né mi interessa entrare nel merito delle appartenenze o delle convinzioni di chi ha compiuto quel gesto. La mia è una posizione profondamente apolitica, e nasce da una convinzione molto semplice: davanti alle tragedie, soprattutto quando riguardano persone che hanno perso la vita nel lavoro e famiglie che ne hanno portato il dolore per generazioni, credo che dovremmo avere la capacità di spogliarci, almeno per qualche ora, delle nostre convinzioni e vestirci soltanto di umanità.

Credo esistano luoghi e momenti nei quali il rispetto per chi non c’è più dovrebbe venire prima di tutto. Marcinelle è, a mio avviso, uno di questi. Perché dietro le polemiche ci sono 262 nomi, 262 storie, 262 famiglie, e ci sono comunità che, a settant’anni di distanza, continuano a tornare lì per ricordare. È questa, allora, la parte della giornata che merita di essere raccontata.

L’8 agosto 1956 il Bois du Cazier diventò il teatro di una delle più drammatiche tragedie del lavoro nella storia europea. Un incendio nelle gallerie della miniera provocò la morte di 262 lavoratori appartenenti a dodici nazionalità. Gli italiani furono 136. Tra loro c’erano sette molisani: Felice Casciato di Sant’Angelo del Pesco, Francesco Cicora di San Giuliano di Puglia, Francesco Granata, Michele Granata e Michele Moliterno di Ferrazzano, Pasquale Nardacchione di San Giuliano del Sannio e Liberato Palmieri di Busso.

Nel giorno del settantenario, il Molise è tornato a Marcinelle con la propria rappresentanza associativa: tra i presenti Felicien Campanelli, rappresentante dei Molisani per il Belgio, con l’associazione CampoMolise e la FEAM, la Federazione Europea delle Associazioni dei Molisani, per rappresentare i sette molisani della tragedia. Quest’anno, accanto a Campanelli, c’era anche Michele Cicora, arrivato da Londra. Suo padre Francesco era uno dei sette molisani morti al Bois du Cazier nel 1956.

Alcuni rappresentanti che hanno presenziato alla cerimonia di commemorazione, tra cui Felicien Campanelli (terzultimo sulla destra).

A Marcinelle la memoria passa anche attraverso un simbolo che appartiene direttamente al Molise: la campana offerta dalla Regione realizzata dalla Fonderia Marinelli di Agnone e collocata nel 2002 nel sito minerario grazie all’impegno di Anna Di Nardo Ruffo, della Federazione Maestri del Lavoro d’Italia, in collaborazione con la Regione Molise. “Questa campana suona ogni anno nel giorno della tragedia, una volta per ognuna delle 262 vittime. Ad ogni rintocco, viene pronunciato il nome di un minatore”, ricorda Campanelli. E poi ci sono i sette nomi molisani che una targa ricorda insieme alle comunità di provenienza, i cinque piccoli comuni del Molise legati per sempre a una tragedia che appartiene alla storia dell’Europa. In fondo alla targa, una definizione particolarmente significativa: “pionieri dell’Europa comune”.

La targa con incisi i nomi delle sette vittime molisane.

Le immagini della cerimonia restituiscono la dimensione più umana della cerimonia: le bandiere, le associazioni, le autorità, i rappresentanti delle comunità italiane, i familiari, le persone comuni. Volti e storie differenti riuniti nello stesso luogo. Sul palco, accanto agli interventi istituzionali, le immagini della miniera e della tragedia ricordano ciò che accadde.

Un momento durante gli interventi istituzionali.

Commemorare quanto accaduto a Marcinelle, oggi, non significa più e soltanto ricordare una pagina della storia italiana e dell’emigrazione. Significa anche – e soprattutto - ricordare il valore e la dignità del lavoro, continuare a interrogarsi sulla sicurezza, e non considerare mai normale che qualcuno debba rischiare la propria vita per guadagnarsi da vivere (qualcosa che, ahimè, succede ancora troppo spesso).