ROMA - La riforma della medicina territoriale, almeno nella forma immaginata dal ministro della Salute Orazio Schillaci, non si farà. 

Il progetto prevedeva di portare i medici di famiglia dentro le Case di comunità –  strutture pensate per rafforzare l’assistenza sanitaria vicino ai cittadini – e di trasformare una parte di loro in dipendenti del Servizio sanitario nazionale. L’obiettivo era garantire più presenza medica nelle nuove strutture territoriali, ma il piano ha incontrato una forte opposizione da parte dei sindacati dei medici e anche resistenze politiche nella maggioranza. 

Il testo potrebbe ora essere sostituito da un accordo da approvare con un emendamento a un provvedimento del governo, oppure inserito nell’atto di indirizzo per il rinnovo della convenzione con la medicina di famiglia. 

La differenza non sarebbe però solo tecnica, visto che il decreto avrebbe consentito al governo di intervenire direttamente sull’organizzazione dei medici di famiglia. Un accordo o il passaggio nella convenzione, invece, aprirebbero la strada a una trattativa più ampia con le categorie interessate. 

La bozza presentata da Schillaci alla Conferenza delle Regioni, e poi rielaborata dalle stesse Regioni, non era mai arrivata formalmente sul tavolo del Consiglio dei ministri, ma era diventata oggetto di un duro scontro con i sindacati, che chiedevano di essere coinvolti nelle scelte sul futuro della professione. 

Il nodo principale riguardava il modello di lavoro. Oggi i medici di famiglia non sono dipendenti del Servizio sanitario nazionale, ma liberi professionisti che lavorano in convenzione. La riforma avrebbe previsto per alcuni di loro il passaggio alla dipendenza, con un ruolo più diretto nelle Case di comunità. Per i sindacati, però, il rischio era snaturare la medicina generale e imporre un doppio carico: il lavoro negli studi e quello nelle strutture territoriali. 

Contro il decreto si è mosso anche il fronte dei medici europei. L’Unione europea dei medici di medicina generale e di famiglia, Uemo, ha lanciato un appello per rafforzare la medicina generale senza trasformarne la natura.  

Secondo l’organizzazione, carenza di medici, invecchiamento della popolazione, aumento delle cronicità e integrazione tra professionisti sono sfide reali, ma non possono essere affrontate smontando il modello convenzionale italiano.