Passeggiando tra le caotiche strade di Sydney, entrando in alcuni dei suoi grandi edifici o attraversando luoghi simbolo della città, ancora oggi è possibile imbattersi nelle opere artistiche dei fratelli Melocco. Mosaici, pavimenti in terrazzo, decorazioni in marmo e scagliola: opere presenti in edifici iconici come la St Mary’s Cathedral, la State Library of New South Wales, lo State Theatre e l’ANZAC War Memorial, spesso sotto gli occhi di migliaia di persone ogni giorno, ma senza che si conoscesse pienamente la storia di chi le aveva realizzate.

Oggi, però, questa storia arriva al Senato della Repubblica Italiana. A maggio, infatti, il libro Painting with Stone: The Story of the Melocco Brothers, scritto dall’esperta di storia dell’architettura, Zeny Edwards, e commissionato dalla nipote di uno dei fratelli, Victoria Hynes, sarà presentato in un evento istituzionale promosso dal senatore Francesco Giacobbe. Alla cerimonia parteciperanno, tra gli altri, la vicepresidente del Senato, Anna Rossomando, l’ambasciatrice australiana in Italia, Julieanne Cowley, e il presidente del Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana, Paolo Masini.

Un traguardo che restituisce visibilità a una vicenda familiare e migratoria rimasta a lungo in secondo piano. “Ho notato che, mentre gli architetti di questi edifici venivano pubblicamente riconosciuti e celebrati, gli artigiani italiani che avevano lavorato agli interni non venivano nemmeno menzionati. Ho ritenuto che fosse una mancanza”, spiega Hynes ai microfoni de Il Globo.

Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con lei e approfondito non solo le vite dei fratelli Melocco, ma anche ciò che è contenuto nel libro.

I fratelli Peter, Antonio e Galliano Melocco emigrarono dal Friuli-Venezia Giulia all’inizio del Novecento. Nel 1908 fondarono a Sydney la Melocco Bros, un’impresa specializzata in lavorazioni decorative in pietra che, nel corso dei decenni, sarebbe poi diventata una delle più influenti del settore in Australia. Entro gli anni Sessanta, si stima che fino al 90% dei lavori in marmo, terrazzo e scagliola presenti in centinaia di edifici della città fosse realizzato da artigiani della Melocco Bros. Tra questi, anche numerose commissioni private di alto livello. La più nota è la villa Art Déco Boomerang, costruita negli anni Trenta.

Alla base del libro c’è un lungo lavoro di ricostruzione, nato anche da ricordi personali. “Da bambina visitavo molti degli edifici su cui avevano lavorato - racconta Hynes. - Mia madre ci portava nei vari luoghi e ci parlava di nostro nonno, che aveva portato le sue competenze dal Friuli, passando per New York, fino a Sydney”. Ai racconti di famiglia si è affiancata una ricerca approfondita tra archivi, testimonianze dirette e contributi accademici, fino a dare forma a una narrazione completa.

Le opere dei Melocco si distinguono per un livello di complessità e qualità oggi difficilmente replicabile, come osservato dalla stessa Hynes. “Lo stile del loro lavoro, in particolare mosaico e scagliola, non si vedrà mai più per via della sua estrema complessità, dell’alto livello di competenza richiesto e dell’enorme quantità di manodopera necessaria. Oggi è economicamente impossibile includere una simile artigianalità su larga scala nei progetti edilizi contemporanei”, ha riferito Victoria Hynes, evidenziando come l’artigianalità richiesta sia ormai incompatibile con le logiche produttive contemporanee.

Il nonno Peter Melocco, inoltre, univa competenze imprenditoriali e artistiche, con influenze che spaziavano dall’arte greco-romana a quella bizantina, dal Rinascimento italiano fino a motivi celtici.

Il percorso dei fratelli Melocco si inserisce pienamente nella storia più ampia della migrazione italiana. Non fu privo di ostacoli: durante la Seconda guerra mondiale, molti lavoratori dell’azienda furono internati come enemy aliens, così come lo stesso Peter Melocco. “Quando realizzarono la mappa in terrazzo della Tasmania nella State Library, metà degli operai proveniva da programmi di lavoro esterno dal carcere”, racconta Hynes. Nonostante ciò, l’azienda continuò a crescere, anche grazie al legame con il Friuli e al coinvolgimento di artigiani altamente qualificati.

“Oggi credo che ci sia maggiore riconoscimento per questi talentuosi artigiani friulani. Molti di loro hanno lasciato un segno nella storia dell’architettura australiana. Come Aldo Rossi, responsabile dei mosaici della cappella dell’Australian War Memorial, che realizzò poi in autonomia il piazzale del nuovo Parlamento. Altri esempi sono John Graffiti, Corrado Tassi, Franco Colussi e Guido Zuliani”.

È proprio in questa esperienza che si inserisce il significato più profondo del motto di famiglia, Refloresco – rifiorire. “Peter Melocco arrivò a Sydney con solo ‘10 scellini’ ma con una forte determinazione a reinventarsi”, spiega Hynes. Il concetto di rifiorire diventa così qualcosa che va oltre la singola vicenda familiare e si estende all’intera esperienza migratoria italiana. “È qualcosa che riguarda tutti i migranti che lasciano il proprio Paese per “trapiantarsi” in una nuova terra”, sottolinea.

Un’immagine che richiama quella di una pianta spostata altrove, costretta ad adattarsi a un nuovo terreno, con l’obiettivo non solo di sopravvivere, ma di mettere radici e crescere. Nel caso dei Melocco, questo ha significato trasferire competenze artigianali, reinterpretarle in un contesto diverso e contribuire in modo duraturo alla società di arrivo.

La storia raccontata in Painting with Stone è quindi, nelle parole della stessa Hynes, “una storia di adattamento e resilienza”, ma anche una testimonianza concreta di come le migrazioni abbiano inciso sul tessuto culturale e materiale dell’Australia. Non solo attraverso grandi opere, ma anche attraverso il lavoro quotidiano di comunità talvolta rimaste nell’ombra.

“Ricevere questo riconoscimento dal Senato italiano è come la ciliegina sulla torta – afferma Victoria Hynes -. Mio nonno era una persona molto umile, ma credo che sarebbe stato profondamente onorato. È come se si fosse chiuso un cerchio”.