L’immigrazione è un atto di autodeterminazione nazionale. Ogni scelta - chi ammettiamo, a quali condizioni e in quali numeri - è una decisione sul tipo di Paese che vogliamo costruire.
Questo era vero quando Calwell lanciò lo slogan “populate or perish” (“popolare o perire”). Era vero quando Holt smantellò le barriere razziali e la politica dell’Australia Bianca. Era vero quando Whitlam sancì per legge un programma di immigrazione non discriminatorio dal punto di vista razziale, quando Fraser abbracciò il multiculturalismo, quando Bob Hawke e Paul Keating collegarono l’immigrazione alle riforme e quando Howard mi affidò il compito di ricalibrare il programma orientandolo verso le competenze.
Non è una storia di perfezione. I pregiudizi persistono ancora oggi e, in alcuni momenti, i governi hanno vacillato. Ma la traiettoria di lungo periodo è chiara.
L’immigrazione ha contribuito a costruire le strade, le scuole e le fabbriche dell’Australia del dopoguerra. Ha ampliato la base imponibile e garantito la nostra prosperità. Ha portato resilienza, diversità e creatività. E ha offerto sicurezza a persone che altrimenti non ne avrebbero avuta”. Lo ha scritto nel suo nuovo libro Nation Building: How Immigration Made Australia l’ex ministro dell’Immigrazione e del Multiculturalismo (dal 1996 al 2003), Philip Ruddock.
Che l’immigrazione sia stata e continui ad essere la spina dorsale di questa nazione “non è uno slogan, né una comodità politica”. “È la verità vissuta della storia australiana”, sostiene ancora Ruddock, assicurando che se viene gestita con attenzione e con uno scopo preciso continuerà ad essere “il filo conduttore della crescita, della prosperità e dell’identità” stessa della nazione. Un libro che arriva proprio in un momento in cui si sta ritagliando un ruolo di primissimo piano sulla scena politica nazionale Pauline Hanson, che ha riacceso un dibattito che per anni aveva trovato – anche se con qualche sussulto e qualche, spesso opportunistica, presa di posizione contraria allo status quo – una ‘collaborazione’ bipartisan, con programmi immigratori abbastanza uniformi, certamente non discriminatori dal punto di vista razziale, articolati in percorsi legati a qualifiche professionali, ricongiungimenti familiari e principi umanitari.
Nel 1996 era stata la stessa Hanson a creare profonde divisioni sul tema, con affermazioni false e fuorvianti sull’immigrazione asiatica. Laburisti e liberali fecero immediatamente fronte unito respingendo una retorica che aveva ben poco a che fare con la realtà del programma migratorio australiano, che a quel punto era fermamente improntato sulla positività e produceva chiari benefici sociali ed economici.
Trent’anni dopo, purtroppo, ancora una volta il tema riesplode trovando un terreno estremamente favorevole grazie ad un incredibile stato confusionale della politica, con il governo incapace di riprendere saldamente in mano un dibattito dettato dal populismo di One Nation che ha trovato praterie aperte per diffondere il suo messaggio ultrasemplificato su colpe, responsabilità e soluzioni, che soluzioni non sono, senza un minimo di dettagli, credibilità e fattibilità, senza contare i fattori necessità e convenienza pratica per il Paese. Praterie lasciate libere da un governo con problemi di trasparenza e chiarezza e una Coalizione senza coraggio e convinzioni. Così un Paese costruito dall’immigrazione sembra improvvisamente incapace di decidere quale immigrazione desideri, mentre il multiculturalismo è diventato una parola che tutti cercano, per prudenza o reali convinzioni-contro, di evitare.
Il governo ha rinviato così di almeno un mese l’annuncio della nuova piattaforma laburista (il ministro responsabile del settore, Tony Burke, lo farà quest’oggi al Circolo della stampa) regalando ulteriore spazio a One Nation di farsi portavoce della paura. Nel frattempo, imprese, agricoltori, università e servizi pubblici sono rimasti al palo, aspettando di sapere quali saranno le nuove regole del gioco.
Il problema non è soltanto quanti migranti debbano entrare in Australia, ma il fatto che l’Australia sembra aver smarrito la capacità di spiegare perché accoglie migranti, quali migranti vuole e come intende sostenere una crescita demografica che sta mettendo in evidenza problemi strutturali di lunga data.
Dopo il picco post-pandemico, la migrazione netta dall’estero è diminuita, ma rimane elevata: le previsioni del governo indicano 295.000 persone nel 2025-26, 245.000 nel 2026-27 e 225.000 negli anni successivi. Il programma permanente, invece, era stato fissato a 185.000 posti per il 2026-27. Numeri importanti, ma che da soli non spiegano nulla. Dire che si tratta di valori troppo alti è, infatti, una semplificazione, come è altrettanto semplicistico evitare qualsiasi tipo di dibattito in merito, ricorrendo alla storia sicuramente positiva di una società, per l’appunto, costruita sull’immigrazione.
La vera domanda in un mondo e in un Paese profondamente cambiati, con un’incredibile accelerazione in questi ultimi anni, è se la crescita demografica sia compatibile con la capacità del Paese stesso di costruire case, ospedali, scuole, trasporti e infrastrutture. Se non lo è, il problema non può essere risolto semplicemente aumentando o diminuendo, di anno in anno, il numero di arrivi. Serve una politica nazionale che colleghi immigrazione, abitazioni, mercato del lavoro, infrastrutture e produttività. Ed è qui che la discussione politica e programmatica sembra essersi inceppata.
Le imprese lamentano difficoltà nel reclutamento e nel programmare investimenti, mentre settori come agricoltura, assistenza agli anziani, edilizia, turismo e sanità dipendono in gran parte dalla disponibilità di lavoratori stranieri. Tutti chiedono, quindi, chiarezza sostenendo che l’incertezza sulle regole migratorie rischia di rallentare investimenti e progetti.
Oggi, si spera, avranno le risposte che attendono, almeno da parte laburista. Poi ci sono anche gli elettori che attendono risposte alle loro preoccupazioni, specie per quanto riguarda il tema ‘clou’ del momento, ovvero la crisi abitativa. Una crisi che, però (e qui le spiegazioni sono d’obbligo), non è stata creata dai migranti. È il risultato, infatti, di anni di problemi di pianificazione urbana, di costi elevati, di carenza di infrastrutture e di una distribuzione della popolazione fortemente concentrata nelle grandi città.
Una risposta seria alla crisi deve, quindi, andare oltre alla semplificazione invocata da One Nation e abbracciata - con meno enfasi, ma sulla stessa linea del “troppo” e poco più - dalla Coalizione: deve affrontare tutta la serie di fattori alla base della carenza di alloggi, molti dei quali sono legati all’accessibilità economica.
L’esperienza storica raccontata da Philip Ruddock offre, sotto questo profilo, una lezione importante. Negli anni Novanta, infatti, come ha spiegato l’ex ministro, l’Australia ricalibrò, senza tagli e senza drammi su numeri e paure, i programmi d’immigrazione puntando maggiormente sugli arrivi di migranti qualificati, perché questi tendevano a essere più giovani, più facilmente impiegabili - e quindi meno bisognosi di assistenza -, in grado di contribuire da subito ad ampliare la base fiscale del Paese: il tutto corredato da una presa diretta con gli elettori per spiegare di persona i perché, i come e gli obiettivi da raggiungere nell’interesse della nazione. Un esempio da seguire.
Quindi ben venga la presentazione di Burke di nuovi obiettivi e riforme per spegnere grida, urla e inutili paure. Una risposta agli ‘estremismi’ di Pauline Hanson (servizio a pagina 11) che gioca su una verità che nessuno vorrebbe ammettere: esiste una parte significativa dell’elettorato che vuole sentirsi dire che il governo sta ascoltando le sue preoccupazioni. E One Nation indubbiamente lo fa con i suoi tagli (proposti) e le sue accuse a larghissimo raggio che coinvolgono tutto e tutti. “Ascolta” e propone soluzioni immediate, senza troppi calcoli dal punto di vista dei costi e delle necessità del Paese.
A Burke il compito di convincere anche “quegli elettori” che alcune lamentele e preoccupazioni non sono ingiustificate, ma che paure e accuse sono spesso alimentate da una narrazione distorta che lega ingiustamente l’immigrazione a crisi e insicurezza, ignorando per puri scopi politici, dati e realtà sociali ed economiche che non possono essere ignorati.
No, insomma alla campagna anti-immigrazione che sta attecchendo ben oltre al necessario a causa dei vuoti lasciati dalla politica ‘tradizionale’. Oggi tocca a Burke correggere il tiro e gli umori popolari; speriamo che Angus Taylor faccia altrettanto prima possibile, perché accodarsi alla comunicazione allarmistica di One Nation non aiuta nemmeno la causa dell’opposizione.