Al di là dell’enorme consumo energetico e delle difficoltà nel sostituire gli esseri umani nel mondo del lavoro di cui abbiamo raccontato nella scorsa uscita, ci sono due ulteriori questioni da affrontare.
La prima riguarda il lato economico. Non parliamo soltanto di aziende informatiche che investono i propri profitti, l’intelligenza generativa è diventata una questione strategica nazionale e i governi stanno contribuendo attivamente alla sua crescita. Nel 2025 l’amministrazione Trump ha promosso il progetto Stargate insieme a OpenAI, Oracle e SoftBank con l’obiettivo dichiarato di arrivare a 500 miliardi di dollari di infrastrutture entro la fine del mandato. A luglio la Casa Bianca ha inoltre annunciato più di cinque miliardi di dollari di impegni federali per la Genesis Mission, destinata a utilizzare l’AI per accelerare la ricerca scientifica. Le stime parlano di diverse centinaia, se non migliaia, di miliardi di dollari di investimenti da qui alla fine del decennio. Il problema è che nessuno sa ancora quanto dovrà essere grande il ritorno economico per giustificare tutto questo capitale.
Non a caso, secondo quanto riportato dalla stampa statunitense, un rapporto interno al Dipartimento del Tesoro americano avrebbe messo in guardia sui rischi di una bolla paragonabile a quella delle dot-com dei primi anni Duemila.
La seconda questione è invece alquanto contraddittoria. Per anni le criptovalute sono state accusate di essere anarchiche e pericolose, mentre l’intelligenza artificiale è stata presentata da subito come il simbolo dell’innovazione moderna. Eppure oggi sono società private a controllare i modelli più avanzati di AI, mentre il quadro normativo che dovrebbe governarli è ancora in costruzione. In molti Paesi non esiste ancora una legge ad hoc e il quadro rimane frammentato. Anche Elon Musk sembra ritenere che una tecnologia tanto potente non debba essere lasciata completamente all’autoregolamentazione. In una recente intervista a The Economist ha proposto che i laboratori AI possano sottoporre i nuovi modelli ai test dei concorrenti prima della loro diffusione, con un intervento esterno quando emergono rischi che le aziende non intendano affrontare.
Una proposta che mette in luce un paradosso non da poco: società che competono per sviluppare la tecnologia più avanzata dovrebbero mostrare in anticipo i propri modelli ai concorrenti per valutarne i rischi. Anche i sostenitori più convinti dell’AI, insomma, iniziano a chiedere delle regole, le stesse regole che il mondo crypto si è visto imporre da tempo. Il paradosso è che, mentre discutiamo ancora della presunta natura anarchica delle criptovalute, il settore sta entrando sempre più nell’alveo della finanza tradizionale.
In Europa il regolamento MiCA è pienamente applicabile dal dicembre 2024 e impone norme comuni a emittenti e operatori di servizi legati agli asset digitali. Anche l’Australia sta costruendo un quadro che sta portando le piattaforme di asset digitali all’interno del sistema delle licenze finanziarie. Bitcoin e le crypto, nate come il Far West della finanza, stanno quindi entrando progressivamente in un quadro normativo sempre più preciso. L’intelligenza artificiale, invece, sta diventando una delle tecnologie più importanti della nostra società mentre la sua regolamentazione procede più lentamente e in maniera discontinua.
L’AI ha vinto la sfida alla diffusione immediata, ma la sua sostenibilità energetica, finanziaria e occupazionale è tutta da dimostrare. Bitcoin, nel frattempo, continua a non richiedere sussidi statali per restare in piedi e a mantenere prevedibile la propria politica monetaria. Lo ribadiamo: forse il primo round non era quello decisivo.
Questo articolo contiene opinioni personali dell’autore che non devono costituire la base per prendere decisioni di investimento. Ricordiamo che l’intento di questa rubrica non è quello di dare consigli finanziari, ma semplicemente analizzare il mondo delle criptovalute per renderlo accessibile a tutti.