TEHERAN - Il fragile cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran vacilla, ma non crolla. Nelle ultime ore, le forze armate statunitensi hanno condotto attacchi mirati nel sud dell’Iran, colpendo imbarcazioni e siti di lancio missilistici in quelle che il Pentagono ha definito “azioni di autodifesa”.
Secondo quanto rivelato al New York Times da due funzionari statunitensi coperti da anonimato, i raid sono scattati dopo che l’intelligence ha individuato manovre militari ostili e imminenti da parte di Teheran.
Le forze iraniane avevano infatti iniziato a schierare navi posamine nello Stretto di Hormuz, facendo contemporaneamente decollare droni d’attacco a distanza ravvicinata dalle unità navali statunitensi e attivando le rampe di lancio dei missili. Sebbene i Pasdaran abbiano immediatamente promesso una “risposta reciproca e decisa” a ogni violazione della tregua, i vertici militari della Repubblica Islamica gettano acqua sul fuoco sul rischio di un’escalation totale.
Le possibilità che il conflitto tra Washington e Teheran riprenda su vasta scala restano infatti basse. A dichiararlo all’agenzia di stampa Tasnim è stato Mohammad Akbarzadeh, vicecapo politico della Marina dei Guardiani della Rivoluzione. Il funzionario dei pasdaran ha minimizzato lo scenario di un nuovo conflitto aperto, attribuendolo alla debolezza strategica del nemico e assicurando che le forze armate iraniane restano in agguato con i depositi di munizioni pieni.
Akbarzadeh ha comunque lanciato un severo avvertimento formale, affermando che in caso di una ripresa delle ostilità l’Iran trasformerà l’intera area costiera meridionale (da Chabahar a Mahshahr) in un cimitero per gli aggressori.
In questo clima di altissima tensione, un segnale di parziale distensione è arrivato sul fronte marittimo con il rilascio di dieci marinai indiani, che erano detenuti in Iran dal luglio 2025. L’Autorità marittime di Nuova Delhi ha confermato che l’equipaggio della petroliera MV Harbour Phoenix, battente bandiera di Palau, è finalmente al sicuro e in fase di rimpatrio dopo essere stato intercettato e sequestrato un anno fa nei pressi del porto di Jask con l’accusa di trasporto illegale di carburante.
L’operazione di rilascio evidenzia il delicato equilibrismo diplomatico dell’India, che mantiene forti legami storici ed energetici con l’Iran pur essendo un alleato strategico di prim’ordine per gli Stati Uniti e Israele.
Sul piano diplomatico internazionale, la Cina ha rinnovato il suo pressing per congelare le ostilità. Il ministro degli Esteri di Pechino, Wang Yi, citato dall’agenzia statale Xinhua, ha rivolto un appello accorato affinché Stati Uniti e Iran cerchino un compromesso politico, esortando tutte le parti interessate a rimanere determinate nel perseguire il terreno comune del cessate il fuoco per riportare la stabilità in Medio Oriente.
Mentre il Golfo prova a contenere la crisi, il fronte settentrionale in Libano continua invece a bruciare. Gli ultimi raid aerei israeliani sul territorio libanese hanno causato oltre 30 morti e 40 feriti in sole ventiquattr’ore. I
n un tentativo di rassicurazione geopolitica, il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar ha dichiarato sui canali social ufficiali in lingua araba che Tel Aviv non ha ambizioni territoriali in Libano, scaricando la responsabilità dell’offensiva sul totale fallimento del governo di Beirut nel rispettare l’obbligo di allontanare i miliziani di Hezbollah a nord del fiume Litani.
Le parole di Sa’ar giungono però poche ore dopo le dichiarazioni del premier Benjamin Netanyahu, il quale ha invece confermato che una massiccia forza di terra israeliana si sta addentrando profondamente nel Libano meridionale. L’obiettivo dichiarato da Netanyahu è la conquista e la fortificazione di ampie aree per consolidare una vera e propria “zona di sicurezza” interna al Paese, un passo che rischia di allontanare ulteriormente le speranze di una tregua regionale.