Per vent’anni Lionel Messi e l’Argentina hanno condiviso praticamente tutto: speranze, sconfitte, critiche, lacrime e, infine, quei trionfi capaci di cambiare il senso di un’intera carriera. Ora quel viaggio è arrivato alla sua ultima fermata. A 39 anni, il capitano dell’Albiceleste ha scelto una lettera scritta a mano per annunciare il ritiro dalla nazionale, mettendo fine a una storia cominciata nel 2005 e diventata, tra cadute e rinascite, una delle più intense del calcio argentino.
Era il 17 agosto di quell’anno quando un Messi appena diciottenne entrò in campo a Budapest nell’amichevole contro l’Ungheria. Indossava il numero 18 e il suo debutto durò appena 40 secondi: cartellino rosso per una presunta gomitata. Un inizio quasi surreale per il ragazzo destinato a diventare il simbolo della Selección.
Prima della gloria, però, sarebbero arrivati anni di delusioni. Nel 2007 l’Argentina perse contro il Brasile la finale di Copa America, mentre nel 2008 Messi conquistò l’oro olimpico a Pechino. Il periodo più duro iniziò dopo aver ricevuto la fascia di capitano. Tra il 2014 e il 2016 trascinò l’Albiceleste a tre finali consecutive senza riuscire a sollevare un trofeo: il Mondiale in Brasile, perso contro la Germania ai supplementari, e due Copa America sfuggite ai rigori contro il Cile.
Dopo la seconda, nel 2016, arrivò persino un primo addio. Distrutto dalla sconfitta e dal rigore sbagliato nella finale della Copa America Centenario, Messi annunciò che la sua storia con la nazionale era terminata. “Per me la Selección è finita”, disse. Il Paese gli chiese di tornare sui suoi passi e Leo cambiò idea. Una scelta che avrebbe trasformato completamente il suo rapporto con la maglia albiceleste.
La svolta arrivò il 10 luglio 2021, al Maracanã. L’Argentina batté il Brasile e Messi alzò finalmente la Copa America, spezzando una maledizione che sembrava non avere fine. Seguirono la Finalissima e soprattutto il Mondiale del 2022 in Qatar: il trofeo inseguito per tutta una carriera, sollevato da capitano in una notte entrata nella storia.
Con quelle vittorie cadde anche l’ultima barriera tra Messi e una parte dell’opinione pubblica argentina. Per anni c’era stato chi gli aveva rimproverato di essere cresciuto a Barcellona, mettendo persino in discussione il suo legame con il Paese. Le lacrime delle sconfitte e, poi, la gioia dei trionfi finirono per cancellare definitivamente quelle accuse.
Restava un ultimo Mondiale. Nel 2026 Messi si è presentato ancora una volta al servizio dell’Argentina e, a 39 anni, l’ha trascinata fino alla finale con otto gol e quattro assist. Il lieto fine, però, questa volta non è arrivato: la Spagna si è imposta ai supplementari, lasciando all’Albiceleste il dolore di un titolo sfumato all’ultimo passo.
Due giorni dopo quella finale, il 21 luglio, Messi aveva già scritto la lettera del suo addio. “È stata una decisione che ha fatto e fa male all’anima, ma capisco che è il momento”, ha spiegato. E ancora: “Amo, ho amato e amerò sempre stare in Nazionale. Mi sono svuotato, non ho più niente da dare e inoltre stanno arrivando ragazzi molto forti che meritano di esserci”.
Poi il calcio ha incontrato qualcosa di infinitamente più grande. La morte del padre Jorge, figura centrale nella vita e nella carriera di Leo, ha rafforzato una scelta già maturata. “Queste parole le ho scritte il 21 luglio, due giorni dopo la finale. Oggi, dopo quello che è successo a mio papà, sono più convinto di prima”, ha rivelato Messi. Jorge lo aveva accompagnato fin da bambino, sostenendolo nelle scelte che avrebbero portato quel ragazzino di Rosario fino alla cima del calcio mondiale.
Adesso Messi passerà dall’altra parte. “Ora sarò uno di voi, facendo il tifo e sostenendo sempre da fuori”, ha scritto rivolgendosi agli argentini. È forse questa l’immagine più difficile da immaginare: una Selección che scende in campo senza il suo numero 10 dopo due decenni trascorsi a identificarlo con quella maglia.
Da Budapest al Qatar, dalle finali perdute alle coppe sollevate al cielo, Messi ha attraversato un’intera epoca del calcio argentino. Ha conosciuto il rifiuto e l’idolatria, ha pensato di andarsene e ha trovato la forza di ricominciare. Questa volta, invece, l’addio è definitivo.
Nella sua lettera ha lasciato una frase capace di racchiudere tutto il viaggio: “Grazie Dio per avermi fatto argentino”. Vent’anni dopo quei 40 secondi di Budapest, Messi saluta l’Albiceleste. E per l’Argentina comincia qualcosa di completamente nuovo: imparare a guardare la propria nazionale senza cercare automaticamente il numero 10.