BUENOS AIRES – Nera, performance ideata dall’attrice-ballerina-artista visiva Eva Ortemberg (italiana da parte di madre), è un esempio di come un classico della musica napoletana (la Tammuriata nera) possa essere reinterpretato con una sensibilità più contemporanea senza per questo tradirne lo spirito.

La canzone, scritta nel 1944, è ispirata a un episodio realmente accaduto. Una donna napoletana dà alla luce un bambino nero, figlio di un gourmier, come erano chiamati i soldati africani incorporati all’esercito francese durante la seconda guerra mondiale.

Poco importa se la donna fosse una prostituta, o se la gravidanza fosse la conseguenza di uno stupro (le cosiddette “marocchinate”, al centro del romanzo La ciociara di Alberto Moravia, poi diventanto un fllm di Vittorio De Sica con Sophia Loren). Di fatto si trattava comunque di sopraffazione e violenza.

Eppure, dice il testo originale della Tammuriata nera, nella donna prevale l’istinto materno e al bambino mette un nome tipicamente napoletano, Ciro.

Avvolta in un velo rosso che, se non fosse per il colore, ricorderebbe l’Annunciata di Antonello da Messina, Eva Ortemberg riscrive la storia.

Impersona la madre che incontra una se stessa adulta, o forse la propria figlia, o ancora un’amica. O tutte queste cose insieme. A farle da alter ego, sul palco, c’è Tam Molina Paz Soldan.

Ne nasce un soliloquio che al tempo stesso è un dialogo tra le diverse parti di sé e un Altro, reale o immaginato. Per raccontarsi, confrontarsi, guardarsi indietro per vedere la strada che le donne hanno percorso e quella ancora da fare.

“Uso il dialetto napoletano, l’italiano e una lingua immaginaria che ha le sonorità del napoletano ma non lo è – dice Eva –. E il mimo, la gestualità”. In altre parole, una lingua universale: quella del teatro.

Una lingua universale per raccontare una storia universale che attraversa tutte le donne.

La performance Nera debutta nel 2019, ma la sua genesi nasce molto prima, durante un lungo soggiorno di Eva Ortemberg nel paese d’origine della famiglia materna, Casagiove (Caserta), tra il 2002 e il 2008.

“Ho conosciuto le zie italiane che mi raccontavano della guerra – dice –. Ma mi sono anche avvicinata alla cultura musicale del Sud Italia, al tarantismo”.

Si tratta di un fenomeno culturale antichissimo, studiato dall’antropologo Ernesto De Martino negli anni ’50 del ‘900. Un insieme di sintomi di tipo fisico e psicologico (urla, agitazione, delirio, dolori addominali, convulsioni, perdita di coscienza) che la credenza popolare attribuiva al veleno di un ragno (la tarantola, appunto).

Tali sintomi potevano essere curati solo attraverso una danza frenetica in grado di indurre uno stato di trance che avrebbe portato alla purificazione, come un esorcismo musicale. Il termine “tarantella” deriva proprio da questa usanza.

“Sono riti antichissimi, che risalgono alla Magna Grecia e al culto della dea Cibele, la Grande Madre – dice Eva –. Io racconto tutto questo per parlare della violenza sulle donne”. Non a caso è proprio in Argentina che è nato il movimento Ni una menos, contro il femminicidio.

Ora Nera sta per diventare un film. In questi giorni Eva sta girando La fiesta de la luz (la festa della luce, con la regia di José Andino Menéndez), ispirato alla genesi della performance e che sarà presentato il prossimo anno.