Il ragionamento parte da una constatazione basilare: le guerre sono in gran parte rese possibili dall’emissione di nuova moneta da parte delle banche centrali.
Un governo che può creare liquidità con un atto contabile finanzia operazioni militari senza chiedere apertamente ai cittadini di sostenerne i costi. L’inflazione diventa così un’imposta occulta che erode il potere d’acquisto e trasferisce ricchezza verso lo Stato. Se invece la spesa bellica fosse finanziata tramite una tassazione esplicita, il dissenso popolare sarebbe chiaramente maggiore. La storia mostra con chiarezza come il potere monetario sia stato spesso una condizione essenziale per fare la guerra: dalla Cina del XIII secolo alla Rivoluzione francese, fino alle due guerre mondiali, quando l’erosione del gold standard e l’espansione dei bilanci delle banche centrali permisero mobilitazioni senza precedenti. Una valuta non manipolabile, come Bitcoin, ridurrebbe lo spazio d’azione dei governi e li costringerebbe a conflitti più sostenibili e davvero approvati dalla popolazione.
I sostenitori della criptovaluta vedono in questa visione un potenziale cambio di paradigma: come l’avvento della stampa ha democratizzato il sapere, una moneta decentralizzata indebolirebbe le strutture di potere fondate sul controllo dell’emissione monetaria. Saifedean Ammous, nel suo ‘The Bitcoin Standard’, critica tanto l’oro quanto la moneta fiat: il primo tende a concentrarsi in poche mani, la seconda può essere emessa senza limiti. E quando la moneta perde valore, diminuisce anche la capacità della società di investire nel lungo periodo. In tale prospettiva, l’adozione di Bitcoin al posto delle valute tradizionali diventerebbe un motore di stabilità e progresso.
Da qui il celebre slogan: ‘Fix the money, fix the world’. La realtà purtroppo è ben più complessa e queste teorie, fortemente influenzate dalla scuola economica austriaca, rappresentano una visione più utopistica che realistica. È difficile immaginare uno scenario in cui gli Stati rinuncino alla facoltà di creare nuova liquidità, che non è solo uno strumento di guerra, ma anche un meccanismo essenziale di sopravvivenza economico-politica. L’emissione monetaria consente di finanziare infrastrutture, welfare, servizi pubblici e investimenti strategici, oltre a fornire agli Stati strumenti di intervento in caso di recessioni, calamità naturali o altri shock esterni. Un sistema rigido come quello ipotizzato da un’adozione totale di Bitcoin priverebbe i governi di questa flessibilità, aumentando il rischio che tali eventi degenerino in una recessione profonda. Per questo molti economisti ritengono impossibile che i governi si auto-impongano una qualsiasi moneta non controllabile.
La visione di una società pacificata da Bitcoin resta affascinante in quanto l’aspirazione a un mondo senza guerre è antica quanto l’essere umano, ma continua a scontrarsi con la necessità pratica delle istituzioni di avere margini monetari per garantire la propria sussistenza. In altre parole, il problema non è solo quale moneta usare, ma quanto potere siamo disposti a delegare a chi la controlla. Che sia utopia o aspirazione a un modello alternativo, una cosa sembra certa: il denaro non è neutro e da sempre plasma la storia, il potere e le possibilità future delle società.
Questo articolo contiene opinioni personali dell’autore che non devono costituire la base per prendere decisioni di investimento. Ricordiamo che l’intento di questa rubrica non è quello di dare consigli finanziari, ma semplicemente analizzare il mondo delle criptovalute per renderlo accessibile a tutti.