Ricordiamolo, la SEC è l’autorità federale che vigila sui mercati finanziari e sugli strumenti finanziari, mentre la CFTC è l’agenzia che supervisiona principalmente i mercati dei futures, delle opzioni e delle commodities. Il 15 settembre, però, il Senato non ha approvato la procedura necessaria per portare il Clarity Act in aula: 49 voti favorevoli e 50 contrari, non solo lontano dai 60 richiesti, ma sotto la maggioranza semplice. Eppure la versione approvata dalla Camera nel luglio 2025 aveva raccolto 294 voti, compresi quelli di 78 democratici, e in primavera il testo aveva superato anche la Commissione Bancaria del Senato.

Nel frattempo però le trattative si sono intrecciate con questioni che andavano ben oltre la semplice divisione delle competenze SEC-CFTC. Tra i punti più controversi sono finite le restrizioni sui legami tra funzionari pubblici e attività legate alle criptovalute, in un contesto reso particolarmente delicato dagli interessi economici dichiarati dal presidente Donald Trump nel settore.

Le stablecoin sono state un ulteriore fronte di scontro: il sistema bancario ha espresso preoccupazione per i meccanismi di rendimento e ricompensa, temendo che potessero aumentare la concorrenza nei confronti dei depositi tradizionali. Le trattative sono proseguite fino agli ultimi giorni, con numerose modifiche al testo di legge, ma non si è raggiunto un compromesso sufficiente. La bocciatura ha lasciato quindi irrisolto il problema che il Clarity Act avrebbe dovuto affrontare: stabilire con una legge federale quali regole applicare a operatori, piattaforme e diversi tipi di asset digitali. Intanto la partita regolamentare non si è fermata e sia la SEC sia la CFTC stanno utilizzando i poteri loro disponibili per intervenire attraverso interpretazioni, esenzioni e nuove iniziative.

La SEC ha lavorato su tokenizzazione, custodia e raccolta di capitali, mentre la CFTC ha presentato nuove proposte per definire il funzionamento dei mercati crypto sotto la propria supervisione. Interventi che possono ridurre alcune delle incertezze, ma hanno un limite evidente: una regola emanata da un’autorità amministrativa non sostituisce un quadro legislativo approvato dal Congresso e potrà essere modificata da una futura amministrazione.

Tale mancanza di un quadro organico rischia di pesare sulla capacità degli Stati Uniti di attrarre società, capitali e talenti, mentre altre giurisdizioni, dall’Europa agli Emirati Arabi Uniti fino all’Australia, stanno cercando di sfruttare proprio la chiarezza normativa come elemento competitivo. Il Clarity Act tornerà probabilmente sul tavolo del Congresso nel 2027, ma intanto la tecnologia continua a evolversi.

E questa distanza tra la velocità dell’innovazione e quella della politica americana resta il punto più interessante della vicenda. Lo conferma anche il mercato crypto che sembra aver deciso che è il momento di uscire dal letargo durato quasi un anno e mostrare i denti. I prezzi sono in netto rialzo da due mesi (Bitcoin ha mostrato un salto di quasi il 35%, Ethereum quasi del 50%) e non sembrano minimamente interessati a fermarsi, del tutto indifferenti agli intoppi legislativi a stelle e strisce.

Questo articolo contiene opinioni personali dell’autore che non devono costituire la base per prendere decisioni di investimento. Ricordiamo che l’intento di questa rubrica non è quello di dare consigli finanziari, ma semplicemente analizzare il mondo delle criptovalute per renderlo accessibile a tutti.