Crescere senza radici profonde ma con il mondo intero come orizzonte può sembrare un privilegio da moderni argonauti, eppure quell’urgenza allo spostamento reca spesso con sé una forma sottile e persistente di nostalgia per un luogo che non si è ancora incontrato.

Chelsea Joy, la protagonista di questo appuntamento con la nostra rubrica Nuovi australiani d’Italia, ha vissuto gran parte della sua esistenza incarnando questa dicotomia, traslocando attraverso otto diversi Paesi fin dall’infanzia, cresciuta in modo nomade da una madre single statunitense. Nell’ascoltarla, la sensazione è quella di trovarsi proprio davanti a una donna che ha, difatti, sempre vissuto in movimento, e che proprio quel continuo spostarsi sia sfociato in una forma particolare di sensibilità verso le culture e le identità collettive.

Dall’infanzia trascorsa in California fino ai successivi capitoli in Australia, Messico, America Centrale, Germania, Scozia e Spagna, Chelsea ha sviluppato una sensibilità poliedrica che oggi si riflette nella sua singolare ecletticità professionale, divisa tra la consulenza strategica per marchi di lusso, il lavoro come tata di alto profilo e la pratica dell’astrocartografia, una disciplina che fonde astrologia e geografia per orientare le persone verso i luoghi del pianeta più favorevoli al loro successo personale e professionale.

Il richiamo verso l’Italia, tuttavia, non è stato l’esito di un calcolo astrale, bensì una lucida reazione a un senso di asfissia culturale avvertito in Australia, una terra di cui pure possiede la cittadinanza e che riconosce come straordinariamente sicura e generosa, ma che ai suoi occhi appariva priva di quegli strati di memoria e complessità necessari a nutrire la sua anima.

“Sentivo che l’Australia non fosse più stimolante dal punto di vista culturale; è un posto fantastico, molto sicuro, e sono grata di averne la cittadinanza, ma mi mancava quell’atmosfera da Vecchio Mondo, ricca di storia, profondità e di una cultura stratificata”, spiega Chelsea, analizzando come nel panorama australiano la cultura dominante oscilli tra la convivialità disimpegnata di birre e barbecue e la meravigliosa tradizione aborigena che, purtroppo, non gode ancora del dovuto rispetto, come ha tristemente confermato il recente esito referendario.

Questa urgenza l’ha spinta, nell’ottobre del 2024, a cogliere al volo l’opportunità offerta dal nuovo visto italiano per nomadi digitali, trasferendosi in una località sospesa tra la quiete del lago di Garda e il dinamismo di Milano, una scelta che ha coinciso con una profonda maturazione interiore e il desiderio di fermarsi.

L’approdo nella penisola ha rappresentato la conferma di un’intuizione intima, ovvero la ricerca di una società che non avesse ancora reciso del tutto i legami con la tradizione e con una dimensione valoriale d’altri tempi, elementi che Chelsea rivendica con una franchezza densa di osservazioni antropologiche. “Sono una persona molto vecchio stile e apprezzo davvero il fatto che l’Italia conservi ancora i valori più tradizionali”, osserva.

Questo ritorno a una dimensione più autentica non si è scontrato con le rigidità burocratiche che spesso spaventano gli stranieri, poiché il passato trascorso tra Maiorca e Barcellona l’aveva già ampiamente temprata alle fatiche amministrative del Sud Europa, regalandole anzi una sorpresa inaspettata rispetto all’efficienza e all’accoglienza degli uffici pubblici italiani. “In Spagna, se ti presentavi all’immigrazione dimenticando un solo documento che probabilmente nessuno ti aveva detto di portare, ti ordinavano semplicemente di andartene e non riuscivi a ottenere un altro appuntamento per i successivi tre mesi, una durezza che faceva piangere molte persone e che oggi è persino oggetto di video ironici su YouTube, anche se all’epoca per me non c'era proprio nulla da ridere. In Italia, al contrario, ho vissuto un’esperienza onestamente molto più morbida e umana, per la quale provo grande gratitudine”.

Oggi la sua quotidianità si divide tra l’impiego da remoto per un’azienda statunitense, che le garantisce la necessaria flessibilità economica, e lo sviluppo di collaborazioni aziendali nel settore del benessere, un ambito in cui vanta già credenziali importanti avendo curato partnership di alto livello in Australia con realtà come la Qantas Business Class Lounge, la Bankwest e vari centri comunitari governativi, con l’ambizione non troppo segreta di replicare questo modello anche nel contesto europeo e di inaugurare, in futuro, uno studio olistico personale dove far convergere lo yoga, il Reiki, l’astrocartografia e le classi di danza estatica.

Questo percorso di integrazione e di costruzione professionale richiede però una profonda assimilazione dei codici non scritti della Penisola, una metamorfosi psicologica che impone di accettare i tempi dilatati e le apparenti inefficienze non come disservizi, ma come il prezzo da pagare per accedere a una qualità della vita superiore. “Una cosa che ho imparato vivendo e lavorando qui è che devi davvero calarti nella mentalità della dolce vita, il che implica accettare che le cose si muovano lentamente, che non sempre funzionino a dovere, che le persone promettano di arrivare a un’ora precisa per poi non presentarsi o che i progetti vengano rimandati all’infinito”, ammette Chelsea, sottolineando come molti expat, in particolare gli americani, arrivino in Italia con lo sguardo velato dal mito idealizzato della pizza e della pasta, per poi scontrarsi duramente con la realtà.

Eppure, nonostante tutto, Chelsea sembra aver trovato proprio in questa imperfezione una forma di umanità che altrove percepiva sempre più rara. Quando le si chiede cosa significhi oggi la parola “casa”, la risposta si allontana immediatamente dalla geografia. “Sto ancora cercando di capirlo”, ammette, spiegando che dopo anni di spostamenti sente il bisogno di maggiore stabilità, comunità e radicamento. “Credo che, alla fine, casa siano le persone e la comunità che scegli di avere accanto”.