KINSHASA - L’epidemia di Ebola torna a colpire la Repubblica Democratica del Congo (Rdc) e si sta diffondendo a una “velocità terrificante”.
Secondo l’ultimo monitoraggio epidemiologico, pubblicato dal ministero della Comunicazione congolese e rilanciato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), al 26 maggio i casi sospetti hanno già superato quota mille, attestandosi a 1.077 complessivi (con 121 infezioni confermate, di cui 110 concentrate nella provincia dell’Ituri). I decessi totali ritenuti sospetti sono saliti a 238, mentre le vittime accertate dal virus sono al momento 17.
L’epidemia – dichiarata ufficialmente il 15 maggio, ma con il probabile “caso indice” risalente ai primi mesi dell’anno – sta interessando 3 province (Ituri, Nord Kivu e Sud Kivu) divise in 13 zone sanitarie. Gli esperti temono che i numeri reali siano significativamente più alti a causa di una prolungata trasmissione non rilevata nelle comunità.
“Ho seguito diverse epidemie di Ebola nel corso degli anni, ma questa è la diffusione più rapida che abbia mai visto”, testimonia Babou Rukengeza, responsabile della risposta all’emergenza per Save the Children in Congo. A pagare il prezzo più devastante sono i bambini e gli adolescenti: i minori di 15 anni rappresentano infatti il 25% dei decessi confermati (di cui il 14% ha meno di 5 anni) e i giovani sotto i 19 anni costituiscono il 14% dei contagi totali accertati.
I numeri attuali rischiano di ricalcare la più grave epidemia della storia recente del Paese, che registrò 3.262 casi e 2.232 vittime, il 28% delle quali tra i minori. Oltre al rischio biologico, l’impatto sociale è drammatico. “Quando i genitori muoiono, i bambini si trovano ad affrontare paura, dolore, stigma ed esclusione sociale”, spiega Rukengeza, segnalando i primi orfani già presi in carico.
La crisi si sta inoltre sviluppando nel bel mezzo degli esami scolastici di fine anno, minacciando il futuro educativo di un’intera generazione in un Paese già devastato dai conflitti, con 5,6 milioni di sfollati interni (tra cui 2,5 milioni di minori) e 15 milioni di persone bisognose di assistenza umanitaria.
Nonostante le gravissime difficoltà operative sul terreno, le autorità e le Ong stanno intensificando le operazioni di screening e tracciamento.
Save the Children, attiva nel Paese dal 1994, ha avviato la distribuzione di cloro per la decontaminazione delle strutture a Bunia, oltre a fornire latte terapeutico per i centri nutrizionali. L’organizzazione sta supportando le strutture sanitarie con dispositivi di protezione individuale, unità di triage e l’installazione di punti per il lavaggio delle mani, formando al contempo insegnanti e operatori comunitari nel riconoscimento precoce dei sintomi.
Rukengeza ha lanciato un appello urgente alla comunità internazionale per ottenere “finanziamenti flessibili e immediati” per contenere il contagio prima che diventi incontrollabile.
La velocità del contagio ha attivato immediatamente i protocolli di sicurezza nei paesi limitrofi. Di fronte alla crescente diffusione del virus e alle prime infezioni segnalate oltre frontiera, l’Uganda ha annunciato la chiusura temporanea dei propri confini con la Repubblica Democratica del Congo.
Le autorità sanitarie di Kampala hanno precisato che la frontiera rimarrà aperta esclusivamente per il personale sanitario d’emergenza, i corridoi umanitari, il trasporto di merci alimentari e le forze di sicurezza. Per tutte le persone autorizzate a entrare in Uganda dalla Rdc è stato imposto un periodo tassativo di quarantena obbligatoria di 21 giorni.