PECHINO - La Commissione militare centrale cinese, guidata dal presidente Xi Jinping, ha adottato un nuovo e severo pacchetto di misure per rafforzare la disciplina, la formazione e la supervisione degli alti quadri dell’Esercito Popolare di Liberazione (EPL). Il provvedimento segna un’ulteriore, drastica stretta sui vertici militari, arrivando sulla scia di una campagna anticorruzione senza precedenti che ha letteralmente decapitato i ranghi più elevati delle forze armate cinesi. 

Secondo quanto riferito dall’agenzia statale Xinhua, le nuove disposizioni mirano a stabilire “regole ferree” per garantire un controllo rigoroso sui dirigenti in uniforme, applicando al settore della difesa l’esperienza pratica e i risultati istituzionali già ottenuti nella lotta alla corruzione in ambito civile. Il testo normativo è composto da 26 articoli suddivisi in sette aree tematiche, pensati per normare non solo l’esercizio delle funzioni ufficiali e del potere da parte degli alti ufficiali, ma ogni singolo aspetto del loro lavoro e della loro vita privata attraverso un sistema di monitoraggio permanente. 

Le misure arrivano dopo una vasta operazione di pulizia interna che ha azzerato i vertici del secondo esercito più grande al mondo. La caduta dei leader militari ha provocato un’eliminazione quasi totale della Commissione militare centrale formata dopo il ventesimo congresso nazionale del Partito Comunista Cinese. Un organo che un tempo contava sette membri è stato ridotto ai minimi termini: oggi rimangono in carica soltanto il presidente Xi Jinping e il responsabile disciplinare Zhang Shengmin, rimasto l’unico membro in uniforme a non essere stato travolto dalle inchieste. 

Negli ultimi anni, infatti, la rete della magistratura cinese ha avvolto figure di primissimo piano. Sotto indagine sono finiti gli ex vicepresidenti della Commissione, Zhang Youxia e He Weidong (rispettivamente primo e secondo vicepresidente dell’organo), oltre a membri chiave come Liu Zhenli, ex capo del Dipartimento dello stato maggiore congiunto, e Miao Hua, che dirigeva il Dipartimento del lavoro politico. Pechino ha commentato la portata dell’operazione affermando, con una metafora d’impatto, che il numero di generali caduti nella rete anticorruzione è ormai superiore a quello dei generali cinesi deceduti in tutti i decenni di guerre nel Novecento. 

Il culmine di questa epurazione è stato toccato lo scorso 7 maggio, quando due ex ministri della Difesa, Wei Fenghe e Li Shangfu, hanno ricevuto la condanna a morte con sospensione dell’esecuzione (una pena che solitamente si converte in ergastolo). Si tratta della sanzione più pesante mai inflitta ad alti ufficiali dall’avvio della presidenza di Xi nel 2012. Wei è stato riconosciuto colpevole di aver accettato mazzette, mentre Li è stato condannato sia per aver accettato sia per aver offerto tangenti. Nonostante la gravità delle sentenze, le autorità di Pechino non hanno voluto precisare l’entità economica del giro di corruzione addebitato agli ex ministri. 

Le nuove direttive fissano norme esplicite sulla rettifica ideologica, sul rafforzamento della leadership collettiva dei comitati di partito e sulla gestione dei quadri nella selezione del personale. In un commento pubblicato in prima pagina, il quotidiano dell’Esercito Popolare di Liberazione ha salutato con favore le nuove norme, definendole “un requisito essenziale per garantire la salute del Partito e lo sviluppo a lungo termine della sua causa”, invitando i militari ad adeguarvisi immediatamente. 

A margine di una riunione speciale dedicata all’approfondimento del pensiero politico del presidente, lo stesso Zhang Shengmin ha esortato le forze cinesi a rafforzare “senza sosta” la propria formazione ideologica per consolidare le basi dei propri ideali e forgiare, tra i generali superstiti, “un’anima politica che sia leale, prima di tutto, al Partito”.