Giacca gialla e baffi alla ‘Castro clone’. Freddie Mercury, il divo pop dei Queen, il ‘tenore-baritono’ che si è preso il mondo del rock, avrebbe spento in questi giorni 80 candeline. Come ogni anno, a Montreaux è stato ricordato con i Freddie Days. Concerti e mostre dedicati al frontman dei Queen nella cittadina della svizzera sul Lago Lemano che fu il ‘buen retiro’ del gruppo britannico perché lontano dal caos londinese. Qui la rock band comprò gli studi di registrazione dove incise sei album tra cui Innuendo e brani come Under Pressure.

“Non diventerò una rock star, diventerò una leggenda”, disse di sé Mercury confidandosi con un amico tra le pinte di birra in un pub inglese nel 1969, quindi un anno prima della nascita dei Queen. Scomparso a soli 45 anni il 24 novembre 1991 nella sua casa di Garden Lodge, Freddie si consolida campione del mondo del rock il 13 luglio 1985 al Live Aid del Wembley Stadium. Per i Queen 21’ di concerto. Mercury strega la folla e pure gli addetti ai lavori.

La canotta bianca aderente infilata dentro ai jeans e la cintura di pelle nera con le borchie metalliche. Poi le falcate ampie sul palco, la voce potente (l’estensione raggiungeva i 37 semitoni, pari a oltre 3 ottave), lo sguardo sgranato, i richiami al pubblico. Tanto è bastato a Dave Grohl, leader dei Foo Fighters, per definire quella al Wembey Stadium la performance “più grande della storia del rock”. 
Ma già 4 anni prima dall’altra parte dell’Oceano, Mercury portò la rock band a infrangere record su record. I Queen riempirono, per due serate consecutive, lo stadio Morumbi di San Paolo in Brasile totalizzando nel marzo del 1981, 250.000 presenze complessive. All’epoca fu un primato mondiale.

Freddie Mercury, all’anagrafe Farrokh Bulsara, nasce il 5 settembre 1946 a Stone Town, sull’isola di Zanzibar. I genitori sono di origine parsi. Il suo talento emerge già nello studio del pianoforte alla St. Peter’s Boys School, un collegio britannico a sud di Bombay dove formò il suo primo gruppo musicale (The Hectics). Nel 1964 si trasferisce in Gran Bretagna e sei anni dopo fonda i Queen con il chitarrista Brian May, il batterista Roger Taylor a cui si unisce in seguito il bassista John Deacon. Un ‘matrimonio’ durato 21 anni che partorisce 14 dischi, anzi, 15 con il postumo Made in Heaven del 1995.

Insieme scrivono la storia del rock: 300 milioni di dischi in tutto il mondo e canzoni immortali. Il Greatest Hits del 1981 è il disco più venduto di tutti i tempi nel Regno Unito (sei milioni di copie) rimasto in classifica per oltre 900 settimane. 

Tra i tanti capolavori dei Queen c’è Bohemian Rhapsody. “Ho fatto questa canzone, non so se funzionerà”, disse Freddie a Kenny Everett, dj per Capital Radio. Il deejay la ascoltò senza fiatare. Poi, non riuscì a trattenere il suo entusiasmo. “Te la lascio ma non la mandare in onda”, la raccomandazione della rock star. Ovviamente non andò così. Quel fine settimana il singolo (un mix di rock e opera lirica) di 5’ e 55” venne trasmesso a ripetizione. Il centralino della radio fu tempestato dalle chiamate. I fan invasero i negozi di dischi per un brano non ancora disponibile. Fino al 31 ottobre 1975 quando l’EMI pubblicò il singolo.

Nella (lunga) lista dei primati finiscono altre due canzoni: We Are The Champions (Mercury) e We Will Rock You (May), le più suonate negli stadi di tutto il mondo. In un concerto alla New Bingley Hall di Stafford il 29 maggio 1977 per convincere i Queen a fare il bis, il pubblicò intonò You’ll Never Walk Alone, il manifesto dei tifosi del Liverpool, mutuata da una canzone di Gerry & The Pacemakers. Fu l’ispirazione per Freddie e Brian.

A Mary Austin dedicò il brano Lily of the valley. Con lei Freddie fu legato sentimentalmente per sette anni. Una relazione suggellata dalla convivenza a Victoria Road a Londra. I due rimasero molto legati anche dopo la fine del rapporto quando Mercury rivelò il proprio orientamento sessuale.

“Tutti i miei amanti mi chiedono perché non possono sostituire Mary ma questo è semplicemente impossibile. È la mia unica amica e non desidero nessun altro”, disse il re del pop che poi lasciò in eredità alla compagna e amica metà del suo patrimonio e la casa londinese di Garden Lodge.

Was It All Worth It è invece il brano del 1989 che chiude l’album The Miracle” dei Queen, considerato il testamento di Freddie Mercury. Scritta quando la malattia dell’Aids cominciava a farsi sentire, la star si chiede se ne è valsa la pena confrontandosi con angeli e demoni della sua carriera artistica e non solo.

La grande esuberanza sul palco fa da contraltare alla riservatezza nella vita privata. Secondo la giornalista Lesley-Ann Jones (autrice della biografia del cantante) Mercury nel 1976 ebbe una figlia segreta dalla relazione con la moglie di un amico. Figlia nota come ‘B’ che si presentò dalla scrittrice con alcuni diari sostenendo che fu il padre Freddie a scriverli per lei. Non esistono tuttavia riconoscimenti ufficiali di questa paternità.

Tra feste, droga e travestimenti (nel 1983 si ‘dedica’ con più assiduità alla vita notturna trasferendosi a Monaco di Baviera) la vita di eccessi attribuitagli non sfugge alle critiche. Ma il cantante non nasconde le proprie paure. Come il rifiuto di un intervento per la correggere la sua iperdonzia (aveva quattro incisivi in più) per il timore di alterare la sua cassa di risonanza naturale. Mercury, come da sua volontà è stato cremato. Mary Austin ha custodito le sue ceneri per due anni per poi disperderle in un posto segreto.