ASUNCIÓN – Il presidente della Bolivia, Rodrigo Paz, ha lanciato un appello ai Paesi del Mercosur affinché rafforzino la cooperazione regionale per difendere la democrazia, sostenendo che le recenti tensioni vissute dal suo Paese rappresentano un campanello d’allarme per tutta l’America del Sud.
Intervenendo al vertice dei capi di Stato del Mercosur in Paraguay, il capo dello Stato ha denunciato quelli che ha definito “tentativi di destabilizzazione” del suo governo e ha invitato i partner regionali a rispondere in modo coordinato alle minacce contro le istituzioni democratiche.
“Quando una democrazia è minacciata, tutta la regione deve reagire. Tutte le democrazie sono minacciate: se ne colpiscono una, vengono colpite tutte”, ha dichiarato Paz.
Il presidente ha inoltre evocato il rischio che il continente possa avvicinarsi a scenari simili a quelli della “Primavera araba”, l’ondata di proteste che dal 2010 investì il Medio Oriente e il Nord Africa.
“Fate attenzione, e lo dico con il massimo rispetto ma anche con la massima fermezza: per cause esterne il nostro continente si sta trasformando poco a poco in una sorta di Primavera araba”, ha affermato, sostenendo che quanto accaduto in Bolivia dovrebbe servire da monito per tutta la regione.
Secondo Paz, “la sicurezza delle nostre democrazie nell’emisfero deve diventare una priorità delle nostre nazioni” e nessun Paese sarà in grado di affrontare da solo le sfide attuali.
Le dichiarazioni arrivano dopo quasi sette settimane di proteste e blocchi stradali che hanno paralizzato gran parte della Bolivia. Le manifestazioni, iniziate il 6 maggio e terminate il 22 giugno, chiedevano le dimissioni del presidente, accusato dai movimenti di incoerenza nell’azione di governo e di aver tradito le aspettative degli elettori che lo avevano portato alla presidenza con il 55% dei voti nelle elezioni dell’ottobre scorso.
Le mobilitazioni sono state guidate dalla Federazione dei Contadini Túpac Katari del dipartimento di La Paz, dai coltivatori di coca vicini all’ex presidente Evo Morales e dalla Centrale Operaia Boliviana. Nei momenti di maggiore tensione si sono registrati fino a 90 blocchi stradali contemporaneamente in sette dei nove dipartimenti del Paese.
Al quarantaquattresimo giorno di protesta il governo ha raggiunto un accordo con i sindacati dei lavoratori e, poche ore dopo, ha decretato lo stato di eccezione, autorizzando il dispiegamento delle Forze Armate per rimuovere i blocchi. La misura ha contribuito a scoraggiare le proteste e ha favorito il progressivo ritiro degli altri gruppi mobilitati.
Le conseguenze economiche della crisi sono state pesanti. Pur in assenza di un bilancio ufficiale, le associazioni del commercio estero e dell’industria stimano perdite fino a 3 miliardi di dollari, pari a circa il 5% del prodotto interno lordo della Bolivia. I blocchi hanno inoltre provocato gravi disagi alla popolazione, soprattutto nella capitale amministrativa La Paz, dove la scarsità di alimenti, carburante e beni essenziali ha causato problemi di approvvigionamento e un forte aumento dei prezzi.
A oltre una settimana dalla riapertura della rete stradale, l’esecutivo deve ora affrontare richieste contrastanti. Da un lato cresce la pressione affinché vengano individuati e sanzionati i responsabili dei blocchi; dall’altro il governo ha avviato tavoli di lavoro con le organizzazioni sindacali per dare attuazione agli accordi raggiunti durante la crisi, tra cui l’impegno a non perseguire penalmente i dirigenti delle proteste.
Nel suo intervento al vertice del Mercosur, Paz ha infine ringraziato i Paesi membri per le manifestazioni di sostegno espresse nei confronti del governo boliviano durante il lungo periodo di conflitto sociale.